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3 ottobre 2011
Le conseguenze di una denuncia di mobbing

                       

“Affinché la navigazione nell’oceano del web faccia emergere una verità scomoda,   da anni sommersa  da  un mare di silenzio.

                                                                   

Dopo aver presentato un ricorso al Tribunale del Lavoro a causa di un mobbing ventennale, conclusosi il 23/12/2004 con il licenziamento, oltre al danno esistenziale connesso a tale fenomeno criminale,  ho  sperimentato su me stessa, anche, lo stato d’abbandono in cui versa un cittadino italiano che reclama Giustizia.

  Nessun Magistrato, nei 3 gradi di giudizio percorsi,  è mai entrato nel merito del mobbing denunciato tramite una “doverosa” attività istruttoria,  non prendendo assolutamente in considerazione, una relazione lavorativa autobiografica di ben 18 pagine, corredata da n. 102 documenti, allegati a supporto dei vari fatti narrati; non mi è  stata data l’opportunità di dire una sola parola e, addirittura, neanche l’avvocato della parte avversa si è curato, nella sua memoria difensiva, di contestare i singoli e vari episodi denunciati, ignorandoli completamente. E la Corte di Cassazione, che avrebbe potuto fare emergere finalmente la verità dei fatti, anche tramite un rinvio ad altro Giudice per esaminare finalmente gli allegati disattesi dai precedenti Magistrati, ha preferito, in data 11/5/2010,  con una semplice ordinanza, rigettare il ricorso motivando che “è assolutamente assente la precisazione delle circostanze specifiche che avrebbero potuto essere dimostrate tramite la prospettata attività  istruttoria”.

Chi può consulti il dossier intestato al mio nome e depositato in Corte di Cassazione: basta leggere i n. 102 documenti allegati,  esibiti e ordinati in ordine cronologico, che certificano in modo specifico e conducente quanto raccontato, facendo emergere inequivocabilmente il mobbing subito e che, invece,  non sono stati presi assolutamente in considerazione dai Giudici,  pur avendoli agli atti.

 

Qui di seguito riporto i riferimenti occorrenti per rintracciare la mia pratica:

 

RICORSO ex art. 413 e segg. c.p.c. (previa reintegrazione urgente del posto di lavoro) e per violazione degli artt. 1175, 1375, 2087, e 2119 c.c.(“Mobbing”)  tra Silvana Catalano e IRFIS Mediocredito della Sicilia spa

 

Tribunale civile di Palermo Sezione lavoro - Giudice: Dr. Dante Martino      Fascicolo inserito nella  causa civile iscritta al n. 638/2005 R.G.  

Corte d’Appello di Palermo : - Presidente: Dr. Antonio Ardito   

Consigliere relatore - Dr.Fabio Civiletti.                                                            

Fascicolo inserito nella causa civile iscritta al n. 782 R.G.A. 2008,

Corte di Cassazione di Roma  - Presidente: Dr. Bruno Battimiello

Consigliere  relatore: Dr. Saverio Toffoli.

   Fascicolo inserito inscritto al R.G. 11181/09.

 

   Sembra che, anche da parte della Magistratura, esista una ritrosia a identificare il mobbing, (i cui effetti, oltre ad esplicarsi nell’ambito lavorativo, distruggono ogni aspetto dell’esistenza delle vittime), come un crimine pianificato dalla “mafia dei colletti bianchi”, mirante a liberarsi di un dipendente “scomodo”. Chi denuncia la violenza psichica subita, si ritrova solo a combattere una dura battaglia, abbandonato a se stesso da chi si proclamava paladino della giustizia, isolato, talvolta, dai suoi stessi familiari, con la consapevolezza che, per proteggere il silenzio omertoso su certe vicende, esiste chi sarebbe pronto ad usare qualsiasi arma.

   A seguito della decisione di denunciare la mia esperienza di vittima di mobbing,  vivo disoccupata da 7 anni, separata in casa dal marito, con 2 figlie adorabili, che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, improvvisamente, mi hanno considerato morta, tagliando con me ogni forma di comunicazione e senza mai avermi detto ciò di cui mi accusano. Ho esperito ogni tentativo possibile per riavvicinarmi, mentre, parenti, amici, conoscenti non si sono mai attivati (in mia presenza) per promuovere una discussione chiarificatrice sulle motivazioni di tale rifiuto, apparentemente sconosciute a tutti, dando per scontato che mi debba rassegnare al mio stato d’impotenza. E’ penoso pensare al rimorso che, nel futuro, le mie figlie potrebbero provare, allorquando diventassero consapevoli dell’inconsolabile  sofferenza racchiusa nel cuore di una madre rifiutata  e che stiano trascorrendo la propria giovinezza prive di quel sostegno affettivo incondizionato, che può dare solo una mamma. Non trovando coscienziosamente alcun motivo a me imputabile (come donna e come madre) che potrebbe giustificare un tale comportamento, non posso escludere che siano state “plagiate”, per privarmi oltre che del lavoro, della professionalità e  dell’indipendenza economica,  anche, delle mie figlie, al fine di farmi desistere da una solitaria lotta contro il mobbing, divenuto in questi anni un temibile strumento di Potere. E nella speranza di Giustizia riposta in tale incessante battaglia a difesa della dignità umana, trovo la forza per affrontare il mio presente.

   

Chi ricerca la verità oggettiva dei fatti, (oggi più che mai osteggiata dai sostenitori delle menzogne),  faccia emergere le storie di malagiustizia seppellite negli archivi dei Tribunali!!!... La Menzogna si nasconde perché ha paura di essere scoperta e semina Ingiustizia, mentre la Verità si espone perché desidera che sia scoperta e genera Giustizia. 

 

 




permalink | inviato da lasirena il 3/10/2011 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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