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sentimenti
28 febbraio 2012
La vera causa dei fallimenti matrimoniali

 

Quando una coppia si separa, c’è sempre chi, per primo, chiude una porta e dice basta, ma anche chi la chiude prova un’enorme sofferenza, poiché, comunque, sancisce il fallimento di un progetto di vita in cui ha creduto, impegnando tempo, energie e il proprio cuore.
Una separazione coniugale determina la distruzione di quel proprio mondo interiore, nel quale il partner, dopo tanti anni vissuti insieme, era diventato, ormai, un pilastro fondamentale e solo dopo una lenta e faticosa ricostruzione di se stessi, sarà possibile rimuovere i cocci e “rinascere”.
Tra i matrimoni falliti, a mio parere, vanno ricompresi, oltre ai divorzi o separazioni legali, anche i fittizi legami di tutte le coppie (e sono tantissime) che, pur continuando a convivere, hanno perso la gioia dello stare insieme, vivendo nell’indifferenza reciproca e nella noia dell’abitudine.
Considerato che tale fallimento investe anche coppie che sembravano indistruttibili, ho cercato di capire se non ci sia un denominatore comune per tutte le disgregazioni familiari e sono arrivata alla conclusione che solo un Vero Amore può essere il saldo collante che resiste all’usura del tempo!!!
L’Amore parte da un’attrazione fisica, ma può sbocciare solo da un’autentica conoscenza reciproca basata sulla sincerità, che fa nascere stima, fiducia, complicità, condivisione, diventando una fonte inesauribile di calore umano; se uno di questi elementi viene a mancare, significa che o mancavano queste solide “fondamenta”, garanti dell’eternità del sentimento, oppure che ci si era illusi di conoscere il partner (l’ “essenza” delle persone non cambia!). L’Amore, da sempre e da tutti desiderato, sognato o idealizzato, non può che essere eterno e la relazione tra due persone, che stanno piacevolmente insieme, non è detto che abbia fatto scattare questo “meccanismo misterioso”.
La mentalità diffusa proietta la persona verso la costruzione di una famiglia, sottovalutando l’importanza delle fondamenta su cui si edifica. Infatti, molti si sposano “scambiando” per Amore una semplice attrazione fisica, unita al piacere di essere desiderati da qualcuno, di affrontare il futuro con qualcuno accanto, al desiderio d’avere figli, di evadere dalla famiglia d’origine, ecc. Ma l’appagamento di tali desideri mostra la vera essenza del partner, che può essere diversa da ciò che pensavano o desideravano fosse ed allora emerge la vera natura di quel legame e subentra il pensiero di chiudere o no quella maledetta porta, frenati dalle possibili conseguenze. Quando ami veramente una persona la conosci profondamente e l’accetti senza voler cambiare nulla del suo modo d’essere, poiché i suoi lati negativi e positivi, valutati in uguale misura, la rendono unica ai tuoi occhi. Pertanto, quando in un matrimonio subentra l’indifferenza, la noia o l’insofferenza per l’altro, non è finito il sentimento, ma, a mio parere, la coppia non era legata da un vero Amore sin dall’inizio, poiché, se questo sentimento si fosse basato su un’autentica conoscenza e accettazione reciproca, avendo quelle solide radici sopra dette, non poteva che essere eterno!!! (Troppo tardi si pensa ad episodi del passato “sottovalutati”, ma che erano veri e propri campanellini d’allarme, che segnalavano la “pesantezza” di una convivenza futura!!!)
Quando ami una persona ti ritrovi ad aspettarla e sorridi quando la vedi, ma sorridi anche prima di vederla, di un piacevole sorriso che non puoi controllare e che nessuno ti può rubare.
Quando ami una persona ogni gioia non è pienamente soddisfacente sin quando non la condividi con l’amato/a e solo il conforto di chi ami può alleviare le tue pene. Quando ami ti senti carico di vitalità, riesci a gioire solo del fatto di esserci, di esistere, ed è solo con lei/lui che ti senti completo. Quando ami riesci a divertirti o a trovare piacevole una semplice passeggiata col partner, anche senza il costante bisogno degli amici. Com’è possibile che tutto ciò abbia una fine???
Tuttavia l’Amore deve essere corrisposto… occorre che anche l’altra persona ti ami e poi… tutto verrà naturale…altrimenti è auspicabile strapparselo dal cuore.
C’è chi sostiene che l’Amore eterno non esista e che sia una semplice fantasia dei sognatori, sia destinato a trasformarsi col tempo in un tiepido affetto (o abitudine?) e solo impegnandosi nella convivenza in modo razionale, tramite compromessi e sopportazione reciproca, sia possibile tenere in piedi la famiglia, ritenuta “sacra ed indissolubile”.
Mi chiedo come costoro abbiano potuto sposarsi, consapevoli “a priori”, che il rispetto del legame matrimoniale avrebbe, col tempo, fatto scomparire dalla propria esistenza l’Amore, quel sentimento da tutti e da sempre desiderato, costringendoli a doversi accontentare dell’affetto che si può dare e ricevere pure nei confronti di un animale!!!
Quale coppia di giovani innamorati, guardando lo “scenario” degli adulti, già da tempo sposati, (noia, indifferenza, mancanza di dialogo ecc.) pensa che il proprio matrimonio sia destinato a fare la stessa fine??? Non è forse vero che all’inizio di un rapporto amoroso si è pronti a scommettere sull’eternità dei propri sentimenti??? Quante coppie sposate da decenni, sarebbero pronte a rimanere unite da un semplice affetto, in uno stato di sopportazione reciproca e di compromessi, se avessero la concreta opportunità di tornare ad amare ed essere amati da un altro/a???
Non è ipotizzabile, invece, che, per non confessare il fallimento di un importante progetto di vita, (privo, per vari motivi, di soddisfacenti alternative) e trovandosi costretti a rinchiudere l’amore nei propri sogni, i negazionisti dell’Amore eterno per non soffrire ulteriormente, preferiscano illudersi che sia “normale” questa trasformazione in affetto e che debba essere sufficiente il sentimento verso i figli, che, invece, per quanto immenso possa essere, non potrà mai sostituire l’Amore di un partner??? L’Amore del genitore investe una persona che “nasce materialmente” da una parte di se stesso e tale appartenenza originaria “unilaterale” determina uno squilibrio di sentimenti, a favore del figlio; mentre l’Amore di un compagno/a investe una persona, che “nasce spiritualmente” dentro se stessi e il successivo senso d’appartenenza reciproca determina un perfetto equilibrio di sentimenti, recante un completo appagamento.
Il vero Amore, se ha solide fondamenta, a mio parere, non può che essere eterno; e questo sentimento si rivelerà autentico solo allorquando i coniugi, con figli già adulti, rughe e grigiore “solo” tra i capelli, guardandosi negli occhi e con un tenero sorriso, sentiranno ambedue sgorgare dal proprio cuore queste parole: “Ti amo e se tornassi indietro nel tempo, ti sposerei di nuovo”!!!.

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diritti
3 ottobre 2011
Le conseguenze di una denuncia di mobbing

                       

“Affinché la navigazione nell’oceano del web faccia emergere una verità scomoda,   da anni sommersa  da  un mare di silenzio.

                                                                   

Dopo aver presentato un ricorso al Tribunale del Lavoro a causa di un mobbing ventennale, conclusosi il 23/12/2004 con il licenziamento, oltre al danno esistenziale connesso a tale fenomeno criminale,  ho  sperimentato su me stessa, anche, lo stato d’abbandono in cui versa un cittadino italiano che reclama Giustizia.

  Nessun Magistrato, nei 3 gradi di giudizio percorsi,  è mai entrato nel merito del mobbing denunciato tramite una “doverosa” attività istruttoria,  non prendendo assolutamente in considerazione, una relazione lavorativa autobiografica di ben 18 pagine, corredata da n. 102 documenti, allegati a supporto dei vari fatti narrati; non mi è  stata data l’opportunità di dire una sola parola e, addirittura, neanche l’avvocato della parte avversa si è curato, nella sua memoria difensiva, di contestare i singoli e vari episodi denunciati, ignorandoli completamente. E la Corte di Cassazione, che avrebbe potuto fare emergere finalmente la verità dei fatti, anche tramite un rinvio ad altro Giudice per esaminare finalmente gli allegati disattesi dai precedenti Magistrati, ha preferito, in data 11/5/2010,  con una semplice ordinanza, rigettare il ricorso motivando che “è assolutamente assente la precisazione delle circostanze specifiche che avrebbero potuto essere dimostrate tramite la prospettata attività  istruttoria”.

Chi può consulti il dossier intestato al mio nome e depositato in Corte di Cassazione: basta leggere i n. 102 documenti allegati,  esibiti e ordinati in ordine cronologico, che certificano in modo specifico e conducente quanto raccontato, facendo emergere inequivocabilmente il mobbing subito e che, invece,  non sono stati presi assolutamente in considerazione dai Giudici,  pur avendoli agli atti.

 

Qui di seguito riporto i riferimenti occorrenti per rintracciare la mia pratica:

 

RICORSO ex art. 413 e segg. c.p.c. (previa reintegrazione urgente del posto di lavoro) e per violazione degli artt. 1175, 1375, 2087, e 2119 c.c.(“Mobbing”)  tra Silvana Catalano e IRFIS Mediocredito della Sicilia spa

 

Tribunale civile di Palermo Sezione lavoro - Giudice: Dr. Dante Martino      Fascicolo inserito nella  causa civile iscritta al n. 638/2005 R.G.  

Corte d’Appello di Palermo : - Presidente: Dr. Antonio Ardito   

Consigliere relatore - Dr.Fabio Civiletti.                                                            

Fascicolo inserito nella causa civile iscritta al n. 782 R.G.A. 2008,

Corte di Cassazione di Roma  - Presidente: Dr. Bruno Battimiello

Consigliere  relatore: Dr. Saverio Toffoli.

   Fascicolo inserito inscritto al R.G. 11181/09.

 

   Sembra che, anche da parte della Magistratura, esista una ritrosia a identificare il mobbing, (i cui effetti, oltre ad esplicarsi nell’ambito lavorativo, distruggono ogni aspetto dell’esistenza delle vittime), come un crimine pianificato dalla “mafia dei colletti bianchi”, mirante a liberarsi di un dipendente “scomodo”. Chi denuncia la violenza psichica subita, si ritrova solo a combattere una dura battaglia, abbandonato a se stesso da chi si proclamava paladino della giustizia, isolato, talvolta, dai suoi stessi familiari, con la consapevolezza che, per proteggere il silenzio omertoso su certe vicende, esiste chi sarebbe pronto ad usare qualsiasi arma.

   A seguito della decisione di denunciare la mia esperienza di vittima di mobbing,  vivo disoccupata da 7 anni, separata in casa dal marito, con 2 figlie adorabili, che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, improvvisamente, mi hanno considerato morta, tagliando con me ogni forma di comunicazione e senza mai avermi detto ciò di cui mi accusano. Ho esperito ogni tentativo possibile per riavvicinarmi, mentre, parenti, amici, conoscenti non si sono mai attivati (in mia presenza) per promuovere una discussione chiarificatrice sulle motivazioni di tale rifiuto, apparentemente sconosciute a tutti, dando per scontato che mi debba rassegnare al mio stato d’impotenza. E’ penoso pensare al rimorso che, nel futuro, le mie figlie potrebbero provare, allorquando diventassero consapevoli dell’inconsolabile  sofferenza racchiusa nel cuore di una madre rifiutata  e che stiano trascorrendo la propria giovinezza prive di quel sostegno affettivo incondizionato, che può dare solo una mamma. Non trovando coscienziosamente alcun motivo a me imputabile (come donna e come madre) che potrebbe giustificare un tale comportamento, non posso escludere che siano state “plagiate”, per privarmi oltre che del lavoro, della professionalità e  dell’indipendenza economica,  anche, delle mie figlie, al fine di farmi desistere da una solitaria lotta contro il mobbing, divenuto in questi anni un temibile strumento di Potere. E nella speranza di Giustizia riposta in tale incessante battaglia a difesa della dignità umana, trovo la forza per affrontare il mio presente.

   

Chi ricerca la verità oggettiva dei fatti, (oggi più che mai osteggiata dai sostenitori delle menzogne),  faccia emergere le storie di malagiustizia seppellite negli archivi dei Tribunali!!!... La Menzogna si nasconde perché ha paura di essere scoperta e semina Ingiustizia, mentre la Verità si espone perché desidera che sia scoperta e genera Giustizia. 

 

 




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DIARI
8 luglio 2011
IL SENSO DI IMPOTENZA

 

Potrei urlare, sfogando la mia dolorosa impotenza
sulla platea di indifferenti, che gode delle altrui ferite
o potrei tacere, seppellendo dei ricordi,
pronti a risorgere dalle macerie di un indistruttibile passato.
 
Potrei sparire, celata tra le nubi dell’infinito,
assistendo da lontano allo spettacolo della vita
o potrei morire, ponendo fine al divertimento
del dio malvagio che muove i fili degli umani destini.
 
Oppure potrei raccogliere nuovi frammenti di vita
generabili da un apparente e infecondo presente,
per tentare di ricostruire il mio domani,
tenendo accesa la speranza, unica vera luce che
riesce ad illuminare una tetra stanza.
 
Ma se potessi, vorrei essere mare,
per avvolgere in uno spumeggiante abbraccio
i tuffi di coloro che amo e teneramente
cullarle e accarezzarle con lievi e azzurre onde.



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SOCIETA'
5 marzo 2011
UN PROCESSO

 

- Si aprano le porte ed entrino gli imputati,

quali sono i reati a loro contestati? -

 

- Signor Giudice, sono rei d’assassinio d’innocenti,

difensori di pensiero libero e sentimenti,

nel corso di una lunga guerra di Potere,

che affratellava camicie rosse, bianche e nere.

In quel tempo, un silente messaggio persuasivo

costoro lanciarono in modo subdolo, ma invasivo:

“Distruggi il diverso, è un tuo nemico,

solo con lo stesso pensiero può esserti amico.

E se zitto e buono con noi starai

ed alle nostre regole tu obbedirai,

prerogative e vantaggi potrai avere,

e successo e denaro potrai ottenere.”

Gli imputati ben conoscevano l’animo umano,

facilmente disposto a diventar mercenario.

Un esercito di venduti si pose al loro fianco,

piegandosi e applicando le regole del branco,

rinunciando, allegramente, alla propria libertà,

 e adeguandosi ad una disumana mentalità.

La discordia germogliava da mattino a sera,

frutto del principio del dividi et impera,

menzogne e raggiri alimentavano un caos quotidiano

e avere fiducia nell’altro era ingenuo e vano.

L’insegnamento del Principe Machiavellico

fu il principale strumento bellico,

il  famoso motto avrebbe, infatti, giustificato,

ogni  sporca infamia e male arrecato.

Sull’altare del Potere i sentimenti furono sacrificati,

se d’intralcio ad esso, gli affetti andavano immolati,

senza rimorso, venne calpestata l’umana dignità,

e nessuno mostrava alcun cenno di pietà.

Questa guerra gli uomini in bestie trasformava

e custodire la propria umanità ai margini condannava.

I valori universali dell’uomo, sempre eterni,

non si confacevano più a quei tempi moderni:

gli ideali che illuminano il terreno cammino,

ritenuti inutili, erano stati buttati nel cestino.

Coloro che si opponevano a questo regime

erano condannati ad una disgraziata fine,

fatalmente perdevano casa, figli o lavoro,

stroncati dalla mancanza del proprio tesoro.

Il loro triste e perdente modello dimostrava

cosa sarebbe accaduto a chi non si adeguava,

e capacità di una faticosa e logorante resistenza

era possibile solo con una ben radicata coscienza.

Risorgere da umane macerie pareva una chimera,

e, per l’omertoso muro d’indifferenza che c’era,

inutilmente veniva cercata d’aiuto una mano,

restando privati, anche, del salubre calore umano.

A brama di suicidio  gli oppositori furono istigati,

dopo essere stati torturati ed emarginati,

e la morte fu considerata unica via di salvezza,

per porre fine a così tanta tristezza.

Solo una caparbia ricerca di Giustizia li ha salvati

e dalle proprie ceneri i sopravvissuti sono risuscitati. –

 

-   Ma vostro Onore, replicano gli imputati,

si tratta d’accuse da parte di poveri malati,

neanche un solo proiettile in questa guerra fu sparato

e un cadavere a terra non si è mai contato.

Come possiamo essere ritenuti assassini,

senza macchiarci di sangue di morti lontani o vicini?

Un sistema sociale già corrotto era tutto da cambiare

e per raggiungere tale fine dovevamo comandare.

Ingiustizie e corruzioni c’erano sempre state

e noi le abbiamo vistosamente moltiplicate,

per provocare, prima o poi, una sociale reazione

da cui far nascere una nuova Nazione.

E’ vero, abbiamo fatto la prima mossa

ma tanta gente aveva bisogno di una grande scossa,

un popolo di dormienti andava risvegliato

ed usando astuti mezzi e con l’inganno, abbiamo osato.

La religione è un efficace strumento di potere

e come Dei in terra ci dovevano temere,

dirigendo, con mistero, dalle nuvole celati

sudditi docili e obbedienti, da noi ben addestrati.

 Per essere temibili stroncavamo ogni opposizione,

neanche un santo era esentato da carota e bastone,

e se un grave peccato noi scoprivamo,

a causa delle loro stesse colpe, li ricattavamo.

Il nostro continuo spargere dolori e sofferenze

serviva, anche,  al risveglio delle coscienze,

e con la promessa di un terreno paradiso,

a chi si sottometteva schiarivamo il viso.

Bastava dare pancia piena e divertimenti,

non chiedevano altro per essere contenti.

Tanta gente non si curava di Giustizia e Libertà

e accettava soprusi e prepotenze come normalità,

era sempre pronta a tradire il proprio amico

pur di avere un banale e possibile beneficio

e la scelta di diventar nostri schiavi

fu conveniente per una pavida massa d’ignavi.

Tutti con un prezzo maggiore o minore

pronti ad osannare un qualsiasi dittatore,

anche un demonio avrebbero servito

pur di sfamare il loro terreno appetito.

Le loro colpe e debolezze abbiamo sfruttato

per avere il comando di un gregge omologato,

poiché un branco di persone è più facile da guidare

quando nessuno in modo libero riesce a pensare,

idolatrando, più di tutto, noi Dei in terra

che azionavamo il meccanismo di questa guerra. -

 

La parola, infine, passa al Magistrato,

che così riassume ciò che è stato argomentato:

-         Con delirio di onnipotenza e presunzione

voi imputati, torturaste il galantuomo e il mascalzone,

trasformando gli uomini in legnosi burattini,

pronti ad ubbidire unicamente ai vostri fini

 Il perseguimento dei dichiarati scopi, seppur nobili,

non può mai giustificar l’uso di mezzi ignobili

e violare la psiche umana e bandire i sentimenti

non vi rende, al mio cospetto, innocenti.

Saranno i posteri a giudicare la Storia,

poiché di questi fatti rimarrà scritta memoria,

ma, oggi, dalle vittime Giustizia è reclamata

e la Legge della Vita va sempre rispettata.

Pertanto - sentenzia il Giudice, con un amaro sorriso -

siete colpevoli perché agli uomini l’anima avete ucciso,

con perversa strategia annientaste mente e cuore

ed è per questo che vi dichiaro assassini del Dio Amore. –

_

 

A tal punto lo scrittore esce di scena,

richiamato dalla melodia di una sirena,

non cerca applausi, caro e paziente lettore,

poiché,  della Giustizia, è solo un sognatore.




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13 febbraio 2011
LA COSCIENZA

La coscienza è quella caratteristica che individua nettamente la differenza tra il comportamento dei "veri uomini" e quello degli "animali". Un animale "anche se ha le fattezze di un uomo", non saprà mai argomentare su cosa sia la coscienza perchè non la possiede, mentre il più ignorante dei veri uomini, con semplici parole, saprà sempre spiegare il significato della parola coscienza perchè la possiede. Tu che mi leggi, sai cosa sia???...




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DIARI
31 dicembre 2010
NEL SILENZIO DELLA SOLITUDINE

 

Il ticchettio martellante di

un rubinetto che perde gocce,

lo scalpitio dei tacchi di una donna

 che, impaziente, si affretta ad uscire,

il fruscio della pagine

di un libro sfogliate da chi studia.

 

…Parte il pensiero che risponde

 ad immagini della mente, ove

 avvolta in un abbraccio negato,

accarezzi volti custoditi nel cuore….

 

Lacrime che cadono come

petali di un fiore appassito,

per sofferenze taciute e appesantite

dall’assenza di un’amata spalla.

 

Consapevolezza dell’assenza di un

 tuo posto nel mondo, in compagnia 

dell’eterna domanda sul

perché e  per chi esisti,

desiderio   inappagato di rapporti

 umani  veri e  autentici,

pertanto rari e preziosi.

 

Evadere in bicicletta gustando

la bellezza di una giornata di sole,

respirare la libertà della completa

indipendenza donata dalla solitudine,

assaporando la semplicità delle

 piccole cose con cui riempire la vita.

 

Cogliere negli sguardi invidia

dell’altrui  niente e cattiveria mal celata,

sentire parole aride che viaggiano nel tempo,

senza mai scalfire la barriera del cuore.

 

Eppur quando nascesti con sorrisi

 fu accolto il neo ingresso in questo mondo,

ma,  crescendo e ignaro del futuro,

percorrevi le tracce di uno spinoso percorso…

 

…Madre dove sei? Porgi la tua assente mano

all’innocente figlio e portalo via con te!




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DIARI
18 novembre 2010
LA MENZOGNA

 

  Affermare che la Verità oggettiva non esiste e che ogni individuo è portatore della propria verità comporta, come ovvia conseguenza, negare l’esistenza del suo contrario ossia la menzogna, poiché se ogni “parto della fantasia umana” può assurgere a verità incontrastata,  specie se supportata da un congruo numero di complici o da prove preconfezionate, chiunque, per motivi di convenienza, può spacciarsi per Napoleone reincarnato, senza passare per un impostore. Infatti, tra i sostenitori di tale tesi si schierano i più “accaniti” bugiardi, ben consapevoli della capacità potenzialmente distruttiva, anche, della più semplice menzogna !!!…

   La Verità è sempre unica ed oggettiva e,  anche quando si vuole cancellarla con menzogne o con l’oblio della memoria, lascia sempre delle tracce, che, se ricercate “scavando” nel passato, prima o poi emergeranno, smascherando gli impostori. Spesso capita che eventi che hanno interessato più persone siano raccontati in maniera diversa. Se due amici sono stati compagni di viaggio e uno dei due racconta condizioni metereologiche splendide, mentre l’altro narra pioggia e vento, non v’è dubbio che uno dei due mente e l’altro è sincero. Chi mente senza un’apparente giustificazione è sempre in “mala fede” poiché ribalta lo stato dei fatti, con l’intento di far passare chi dichiara la verità per bugiardo e di insinuare dubbi sull’altrui salute psichica, al fine di screditarne l’immagine e la credibilità. E allorquando fosse inchiodato da prove schiaccianti, sarà pronto a replicare “angelicamente” e a propria difesa che un errato ricordo non è poi così grave da giustificare tanta polemica, accusando l’altro di eccessiva diffidenza, ben sapendo che nessuno può “leggere” nella mente le altrui intenzioni.  Un fatto accaduto o si ricorda o non si ricorda: non credo alla memoria distorta, perché ho “sempre” potuto constatare che la memoria degli esseri umani sulle buone azioni compiute e su quelle brutte ricevute non fa mai cilecca!!!...

    Ancora più “insidiosa” è una menzogna proferita col sostegno di terzi, che può creare una rete di complicità, ove nessuno si potrà più permettere una smentita neanche su falsità successive, salvo pena di ovvie conseguenze. Se più persone “ricordano” uno stesso viaggio trascorso con un cielo sereno, ciò non significa che, sicuramente, la menzogna si trova dalla parte dell’uno o dei pochi che affermano di aver viaggiato con tempesta; infatti, se così fosse, la verità diventerebbe la tesi sostenuta da una maggioranza di persone e che, pertanto,  parole menzognere proferite da più individui potrebbero costruire una verità, falsificando la realtà. Ma la menzogna può distruggere la Verità? No! La Verità non si può falsificare in quanto regna indistruttibile e incontaminata nell’animo delle persone e lascia sempre delle  tracce, che non potranno mai essere totalmente distrutte da chi ha interesse a non farle trovare. Ad esempio, prima o poi, potrebbero sbucare delle foto di un turista giapponese che, trovandosi nello stesso luogo visitato dai viaggiatori, in analogo periodo, ha immortalato le condizioni metereologiche effettive.  E’ pur vero che tutto ciò che appare si può falsificare ed ha bisogno di riscontri, ma è altrettanto vero che si può mentire agli altri, ma non a se stessi: la persona falsa mente sapendo di mentire!!!..  Le parole possono essere menzognere, la realtà artatamente costruita può essere falsa, ma ogni individuo a conoscenza dei fatti accaduti, “all’interno” di se stesso sa bene quale sia la verità, a prescindere dalla tesi che sostiene, vera o falsa che sia.

     E se chi afferma di essere Napoleone si cala così tanto nel personaggio rappresentato, finendo col credere di esserlo veramente, mentendo persino a se stesso, costui non è più un bugiardo ma è diventato uno schizofrenico malato mentale!!!…

    La menzogna, anche quella innocente di un bambino a giustificazione di una marachella,  provoca la distruzione del fondamento su cui si reggono i rapporti umani soddisfacenti, ossia la fiducia, che nasce attraverso la conoscenza di una persona, i cui comportamenti nel tempo suggeriscono la possibilità di una fiducia ben riposta. Della persona di cui ti fidi non metteresti mai in dubbio la sua parola, non hai bisogno di alcuna firma su nulla, non hai bisogno di alcun giuramento per avere la certezza che il suo dire coincide col suo pensiero, per essere sicuri che “bocca” e “mente” viaggiano insieme e che ogni promessa sarà mantenuta. Ma cosa succede quando scopri la menzogna? Ti senti tradito, pugnalato alle spalle e, qualunque sia il motivo che ha spinto la persona a mentire, difficilmente si riacquista fiducia nell’altro. Le bugie sono sempre potenzialmente distruttive, perché sono il pilastro su cui si reggono calunnie e diffamazioni, con cui è possibile “uccidere socialmente” una persona, senza l’utilizzo di armi. Ed è per questo che coloro che credono nei valori dell’Onestà e della Giustizia dovrebbero avere quale imperativo morale la ricerca della Verità, consapevoli che di ogni fatto accaduto rimangono tracce nello “spazio” e l’interesse a distruggerle per non farla  emergere è di chi “naviga” nelle menzogne!!!




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sentimenti
22 ottobre 2010
TEMPO CHE VA

 

Tempo consumato
divorando un presente
sempre ricco di trastulli
in cui affogare il proprio niente.
Tempo investito
con bagagli di passioni
che insieme a impegno e sacrifici
sveleranno dei campioni.
Tempo progettato
per lanciarsi nel futuro
figlio di un fecondo oggi
e di un martellante lavoro duro.
Tempo trascorso
con gioia e dolore
senza mai nessuno
che ne condivida il sapore.
Tempo idealizzato
nell'attesa di un amore
bello puro ed esclusivo
che dia sussulti al proprio cuore.
Tempo ricordato
carezzando la fotografia
di coloro che nella mente
si affacciano con nostalgia.
Tempo finito
al funebre rintocco di una campana
che dischiude una porta vicina
ma che sembrava lontana.




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DIARI
4 ottobre 2010
Una subdola avanzata

 

 

 

Scende la notte su uomini ignari,
avanzanti festosi al richiamo
del compagno che, con tono suadente,
li attrae con melliflue menzogne.

 
Il suonatore di flauto sprigiona
col suo strumento una dolce melodia,
l'incantatore di serpenti
stordisce con l'odioso sibilo,
e acrobati e circensi donano
un sorriso a questa ingenua gente.

 
Intanto una voce nell'aria si libra:
Venghino signori, venghino,
il teatro è aperto a tutti, per attori
e spettatori ci son lauti guadagni,
andiamo ad incoronare
l'amato re buffone!!!”

 
La folla aumenta, si ingrossa,
si diverte, tira sassi alla memoria
e avanza verso il baratro,sorda
alla voce di un grido di allarme
privo di una eco possente.

 
Un fitto velo ormai ricopre
occhi e orecchie,schiacciato
rimane chi osa arrestare
una tal subdola avanzata.

 
...Ed ecco lo schianto, il tonfo rimbomba,
nulla rimane, il buio si fa pesto,
ma dalla polvere delle macerie
risorgono più brillanti le stelle...!!!



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DIARI
5 giugno 2010
A mia sorella
 

A te che più non sei

... E viene il momento di chiudere gli occhi
salire sulla vetta del monte incantato
correre sul verde prato maculato di bianche margherite
e inalare l’inebriante profumo del nulla…

… Sorridono con leggerezza le trasparenti ombre
memori del tempo che fu a loro privato
carico di gioie dolori e terreni affanni
racchiusi in un cuor mai a nessuno svelato…

…Leggero il gabbiano svolazza nell’aria
roteando in una danza con la colomba pellegrina
che ricerca invano il suo nido
inseguendo il suono del caro cinguettio…

…Il bianco chiarore abbaglia chi non vede
disorientando l’ignaro viandante
ma ecco che una porta si apre
e l’azzurro splendor ti riveste...




permalink | inviato da lasirena il 5/6/2010 alle 20:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
SOCIETA'
6 maggio 2010
L’ARROGANZA DEL POTERE

La solidarietà “virtuale” non è sufficiente per risolvere i problemi di chi combatte per sconfiggere il crimine del mobbing, poiché chi denuncia la tortura psicologica subita si ritrova solo, a respirare un clima omertoso e a vivere estraniato in un ambiente “ammaestrato” da una politica di stampo mafioso, che insegna a subire per non perdere la possibilità di ricevere l’elemosina di possibili privilegi. La mafia ignorante e con la “coppola” uccide chi non si piega alle sue regole, invece quella dei “colletti bianchi” acculturata e che circola nei “salotti buoni” della società non si sporca le mani con il sangue, ma ti estromette dal sistema, decreta la tua morte civile. Esercita il suo potere con arroganza, lanciandoti messaggi subdoli del tipo: “Con me o contro di me. Se sei con me avrai dei privilegi, ma dovrai sempre obbedire ai miei ordini, coprire con menzogne le malefatte dei tuoi compagni e quando non te la senti di associarti al “coro” devi stare in silenzio dinanzi ad ogni forma di sorpruso o prepotenza a cui assisti. Fuori dal gruppo di appartenenza, sei, invece, libero di fare ciò che vuoi e ti sarà garantita l’impunità” Questa è la cultura mafiosa accettata come “normalità” da tante persone ritenute rispettabili!!!...

Ed è per questo che, a mio parere, gli abusi di potere e le conseguenti violenze psicologiche proliferano a tutti i livelli e anche dei perfetti imbecilli si permettono comportamenti che non adotterebbero, se non fossero certi di avere “le spalle ben coperte”: ad esempio il buttafuori che non fa entrare in discoteca un tizio che gli sta antipatico rovinandogli la serata, oppure l’impiegato che, prima di darti una semplice informazione di un minuto, ti fa aspettare una coda di ore, favorendo altre persone, oppure funzionari pubblici che, a fronte di legittime rimostranze, ti ripagano con il silenzio , oppure i giudici che, dinanzi a carte processuali che fanno emergere una serie di violenze psicologiche subite, insabbiano le cause per proteggere gli autori dei crimini, ecc. Insomma, l’abuso di potere che ti avvelena la vita, - costituito spesso da comportamenti quotidiani a cui “tanti” si sono abituati, prendendone esempio - è riscontrabile a qualunque livello e trova la sua massima espressione nell’arroganza del Potere, manifestata quotidianamente dai nostri governanti.

Il Potere inevitabilmente dà dei privilegi, poiché consente di fare ciò che altri non possono fare proprio perché non hanno potere. Ma il potere al servizio del bene pubblico, con i privilegi ad esso connessi, non dovrebbe essere esercitato per soddisfare interessi personali o del proprio gruppo di appartenenza, così come avviene nello scenario politico, a cui assistono, con senso di impotenza, quei comuni cittadini con schiena dritta, che scelgono la strada della Giustizia piuttosto che quella della vendetta personale. L’arroganza del potere si manifesta, infatti, con l’esercizio di azioni dannose per altri, ma strumentali ai propri fini e collegate alla certa impunità del proprio agire. Ne consegue che allorquando gli abusi di potere sono posti quali pilastri del gruppo sociale di cui si ha il comando, chiunque, prendendone esempio, può calpestare impunemente la dignità dell’altro, con la consapevolezza che tale atteggiamento non solo rimarrà impunito, ma, addirittura, è tacitamente incentivato. L’importante è non pestare i piedi al capo e rendersi complici silenziosi o difensori delle malefatte dei compagni di brigata… al di fuori del gruppo di appartenenza si ha massima libertà di agire impunemente!!! Ma chi comanda non può dormire sonni tranquilli, poiché si circonda di “mercenari” pronti a vendersi a chi promette maggiori privilegi!!!.

Allora mi chiedo: ma fra i “Signori del Vero Potere”, ossia tra quelli che si trovano ai vertici della scala del Potere, non c’è nessuno che creda veramente nella Giustizia e che abbia l’abilità di trovare gli strumenti adeguati per realizzare una civile e armoniosa convivenza tra gli esseri umani, facendo trionfare, per la prima volta nella storia dell’uomo, il Bene sul Male.???... Sento da anni parlare di risveglio delle coscienze….Balle!!!....La coscienza si forma da giovani, mentre l’adulto, che non ha mai acquisito una propria consapevolezza su cosa sia il Bene e il Male, agisce unicamente sulla base di ragionamenti di convenienza, ritenendo lecito tutto ciò che non è vietato e convinto che il fine giustifica i mezzi!!!.. Ma ciò significa calpestare o distruggere l’altro tranquillamente, senza alcun rimorso di coscienza per il male arrecato, proprio perché manca tale consapevolezza.

Ritengo che sia una ristretta minoranza di persone che si contenda la supremazia del Potere, utilizzando da una parte le forze del Bene e dall’altra quelle del Male, mentre la maggioranza della popolazione è pronta ad acclamare qualunque “capo” sulla base del proprio tornaconto individuale e la disonestà, oggi, rende la vita più facile!!!. Allora, considerato che è impensabile ritenere che tutti possano accostarsi a “questioni filosofiche”, occorre affrontare per risolverla la questione morale, stabilendo per legge cosa è Bene e cosa è Male. Infatti esistono persone che non uccidono con un’arma un proprio simile solo perché la Legge sancisce che uccidere è un reato, sanzionato con la galera o perché la religione ha inserito tra i peccati mortali l’assassinio, punito con la pena dell’inferno. Senza leggi o comandamenti ucciderebbero tranquillamente. Infatti, in caso di guerra, queste persone ammazzano degli “sconosciuti” solo perché hanno una divisa di un diverso colore, mentre chi è dotato di una propria coscienza che gli indica cosa è bene o cosa è male e che gli fa comprendere il valore di ogni vita umana, che può essere distrutta anche senza armi fisiche, non ucciderebbe un proprio simile, anche se gli fosse assicurata l’assoluta impunità in terra e in cielo!!!. Ma cosa è Bene e cosa è Male? Bene è l’insieme di tutti quei comportamenti che ci piacerebbe che gli altri avessero nei nostri confronti, mentre Male è tutto ciò che non vorremmo che gli altri ci facessero. Ma quante persone misurano con questo “metro” i propri comportamenti???...Quanta gente è istigata al suicidio da persone che impunemente, con indifferenza o magari con spirito goliardico, contribuiscono a rendere la vita altrui un inferno in terra, tramite comportamenti subdoli e apparentemente innocui!!!.. Il codice penale dovrebbe diventare una sorta di “coscienza esterna all’uomo”, alla stregua delle tavole dei Comandamenti, sanzionando penalmente ed inequivocabilmente ogni forma di abuso di potere e di violenza psicologica, esercitata in qualunque contesto, poiché solo così tanti potranno capire che criminali si diventa anche senza usare pistole!!!... Ma è inutile fare le leggi, se poi non vengono applicate o agevolmente aggirate. Se tra i signori del Vero Potere esistesse chi volesse riuscire nell’impresa storica di far trionfare il Bene sul Male, costui dovrebbe rendere “conveniente” la strada dell’ Onestà, (considerata quella dei fessi e degli ingenui) e riuscire a mettere le persone Giuste al posto giusto, utilizzando i pilastri storici del potere mafioso: controllo del territorio e certezza che chi sbaglia paga!!!.




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sentimenti
3 aprile 2010
La carezza che non mi hai dato.

 

Vedendoti arrivare da lontano
inutilmente tendevo la mia mano,
e  incrociando il tuo sguardo di ghiaccio
in silenzio imploravo un abbraccio.
 
La rigidità era un tuo prezioso manto
indossato al prezzo di un mio sogno infranto,
urlavo per attirare la tua attenzione
ma tu imperturbabile guardavi la televisione.
 
Sulle mie scelte di vita volevi comandare
ma gli spiriti liberi non si possono dominare,
dalla tua esistenza sono stata cancellata,
 con una valigia piena di niente me ne sono andata.
 
Tanti giorni tristi non si possono cancellare
poiché ricolmi di troppe lacrime amare,
al mio destino mi hai abbandonato
sol perché maschio non ero nato.
 
Non ti interessavo come tuo interlocutore
perché non sentivi la voce del cuore,
e per la carezza che non mi hai mai dato
in tutti gli uomini ti ho cercato.
 
Briciole d’affetto mi hai condannato ad anelare
ed è per questo che non ti posso perdonare.
Padre, ora per sempre te ne sei andato
senza mai sapere quanto ti ho amato.
 
 



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DIARI
26 marzo 2010
INCUBO

INCUBO 

Silenzio funereo inonda lo spazio
intriso di comparse cinguettanti note stonate,
una coltre di fumo cela luminose fonti
sbarrando il percorso all’ingenuo viaggiatore.
 
Sornione l’alato falco scruta menti sopite
librando nell’aria allettanti droghe,
ignaro il viandante sugge il dolce nettare
 e trasforma calde perle in stridule risa.
 
Avanza  il cieco il sordo e il muto
con l’incedere del  quattro zampe amico,
che ha ceduto il suo destino di libertà
in cambio di carezze e certi pasti.
 
Ma i cupi rintocchi della campana
echeggiano e  distolgono dall’incubo
e un firmamento  di tuoni fulmini e saette
dissipa come  d’incanto la fitta nebbia.



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politica interna
16 febbraio 2010
“FACEBOOK LANCIA UNA PROPOSTA DI LEGGE SUL MOBBING”

 

                                PROPOSTA DI LEGGE SUL MOBBING

 
-         Definizione: Per mobbing si intende una tortura psicologica ed emotiva, che si manifesta attraverso sistematici e reiterati comportamenti ostili, protratti nel tempo, suscettibili di ledere i diritti, la dignità o l’integrità psicologica del lavoratore, tali da compromettere il suo impiego o il suo avvenire professionale e che hanno per effetto un degrado delle condizioni di lavoro.
A mero titolo esemplificativo e non esaustivo, sono da considerare comportamenti ostili nei confronti del lavoratore:
a) comportamenti che risultano essere offensivi, abusivi, maliziosi, insultanti o intimidatori;
b)critiche ingiustificate;
c) applicazione di sanzioni prive di giustificazione oggettiva;
d)cambiamenti peggiorativi delle mansioni o delle responsabilità del lavoratore senza ragionevole giustificazione;
e) continui trasferimenti in altri uffici o in altre sedi;
f) eccessivi o ridotti o inesistenti carichi di lavoro;
g) mancate gratificazioni immotivate;
h) isolamento fisico o emarginazione sociale;
i) mancate risposte a formali richieste;
l) disuguaglianze immotivate di trattamento economico o di condizioni lavorative.
  
 
-         Obblighi del datore di lavoro: Il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire ai lavoratori un ambiente di lavoro che tuteli la salute, intesa come stato completo di benessere fisico, mentale e sociale e di vigilare affinchè nell’azienda non vengano adottati comportamenti suscettibili di intaccare l’integrità fisica o l’equilibrio psicologico del lavoratore.
Il datore di lavoro ha l’obbligo di includere nel contratto di assunzione le misure di controllo interno che vengono adottate nell’azienda per prevenire ogni forma di “mobbing”, nonché una   clausola che preveda precise sanzioni disciplinari a carico del dipendente, qualora fossero accertate molestie psicologiche nei confronti dei colleghi e non fosse coltivato un clima di collaborazione lavorativa.
Dovrà essere sancito, altresì, che nessun lavoratore potrà essere sanzionato, licenziato o essere oggetto di misure discriminatorie, dirette o indirette, in particolare modo in materia di remunerazione, di formazione, di qualificazione, di promozione professionale, di mutamento o rinnovazione del contratto, per aver testimoniato su comportamenti ostili all’interno dell’azienda o per averli riferiti.
Il responsabile dell’organizzazione del personale dell’azienda ha l’obbligo di tenere colloqui trimestrali con i dipendenti e di presentare annualmente al datore di lavoro una relazione, in cui riferisce sul grado di soddisfazione del clima lavorativo interno all’azienda, suggerendo, eventualmente, nuove misure da adottare per prevenire o rimediare disagi lavorativi lamentati.
 
-         Procedura di conciliazione interna: Il dipendente che ritenga di subire mobbing, prima di adire l’Autorità Giudiziaria competente, se lo riterrà opportuno, potrà inoltrare al datore di lavoro - con l’assistenza e per il tramite del Sindacato-  una relazione nella quale esporrà i fatti lamentati, indicando circostanze, date di accadimento dei fatti e nomi dei soggetti coinvolti.
A seguito di tale denuncia, il datore di lavoro procederà all’effettuazione di un’inchiesta all’interno dell’azienda, al fine di accertare, entro il termine massimo di un mese, la fondatezza delle accuse esposte dal lavoratore. Accertati i fatti, scatteranno a danno degli eventuali colpevoli le sanzioni previste nel contratto di assunzione, tra cui il trasferimento immediato del mobber ad altro ufficio e dovranno essere ripristinate condizioni lavorative soddisfacenti per il lavoratore.
 
-         Magistratura competente: Le cause di mobbing saranno istruite da un collegio di Giudici costituito da n. 3 Magistrati Ordinari e Penali, patrocinanti in Cassazione, con comprovata conoscenza o esperienza in tale tematica, che dovranno, immediatamente, adottare tutti gli strumenti di indagine ritenuti opportuni per l’accertamento delle varie responsabilità. Prima di decidere se i fatti accertati integrano una condotta di mobbing, il Collegio Giudicante dovrà avvalersi di una consulenza di psicologi specializzati in tale tematica. Per la valutazione del danno esistenziale, i giudici dovranno riferirsi alle considerazioni che una persona di normale razionalità, trovandosi nella medesima situazione della vittima, potrebbe fare.
 
-          Procedura giudiziaria d’urgenza per i casi di mobbing: Le cause di mobbing devono essere giudicate, con procedura d’urgenza, entro il termine massimo di 1 anno. Per il mancato rispetto di tale termine, dovrà essere applicata una sanzione disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Le sentenze di mobbing sono inappellabili. A far data dal ricorso all’Autorità Giudiziaria competente, al lavoratore spetta uno stato di aspettativa retribuita. Nell’ipotesi di rigetto del ricorso, le retribuzioni percepite durante tale periodo, saranno restituite all’azienda, che potrà, eventualmente rivalersi sul TFR del lavoratore.
 
-   Onere della prova. Allorquando il lavoratore abbia denunciato elementi sufficienti per lasciar presumere l’esistenza di una condotta da qualificare “mobbing” ai suoi danni, spetta al datore di lavoro l’onere di provare l’inesistenza dei fatti denunciati o la legittimità dei comportamenti adottati e l’adeguatezza delle misure di prevenzione e/o repressione adottate. Nelle cause di mobbing, le parti in causa non potranno usufruire del patrocinio gratuito dell’Avvocatura di Stato.
 
-         Sanzioni per il datore di lavoro: In caso di condanna per mobbing, sarà applicata una sanzione penale non inferiore a 4 anni di reclusione, nonché una sanzione pecuniaria da stabilire in via equitativa, in relazione alla durata del mobbing, a titolo di risarcimento del danno esistenziale provocato. Tale condanna sarà applicata a tutti coloro ritenuti responsabili dei comportamenti ostili integranti il mobbing accertato, che dovranno essere, contestualmente, licenziati. Nel caso in cui il convenuto fosse un soggetto pubblico o avente personalità giuridica, questi avrà l’obbligo di rivalersi per il danno patrimoniale subito, su tutte le persone fisiche condannate penalmente, aggredendo, eventualmente, il TFR.  Copia di tale sentenza, con nomi e cognomi dei soggetti condannati, dovrà essere pubblicizzata tramite giornali e televisione, nonché sulle bacheche del posto di lavoro, in modo da essere di esempio per eventuali imitatori o seguaci dei mobber.  Alla condanna si aggiunge la sottoposizione dell’azienda ad un regime di controlli predisposto dalla Polizia Giudiziaria e l’intimazione alla cessazione di ogni attività vessatoria ai danni della vittima, con l’avvertimento che, in caso di ulteriori episodi di molestia, la condanna verrà aumentata.
 
-         Procedura per il ripristino di condizioni lavorative, ambientali, ed esistenziali   soddisfacenti per il lavoratore. In caso di accoglimento del ricorso sono nulle le modifiche contrattuali peggiorative delle condizioni lavorative del dipendente (mansioni, rimunerazione, assegnazione, destinazione, trasferimenti), eventuali rotture del rapporto di lavoro (dimissioni o licenziamenti), tutte le sanzioni disciplinari ricollegabili al mobbing accertato. Dovrà essere ricostruita la carriera professionale, assicurata una formazione o una riqualificazione professionale e dovranno essere riconosciuti al lavoratore tutte quelle prerogative di cui avrebbe beneficiato se non fosse stato sottoposto a mobbing. La magistratura  giudicante dovrà anche incaricare uno psicologo specializzato nelle tematiche di mobbing, appoggiato ad una U.S.L. ubicata nel territorio di residenza del lavoratore, che avrà l’onere di assistere la vittima di mobbing, per tutto il tempo ritenuto necessario a sanare i danni morali, psichici ed esistenziali subiti.
 
-         Procedimenti giudiziari beneficiari delle nuove norme. Le norme vanno applicate a tutti i procedimenti giudiziari in corso alla data di entrata in vigore della legge  



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DIARI
3 febbraio 2010
Il pensiero vagabondo

 Il Pensiero Vagabondo

 

…Fugge il pensiero in cerca di vallate ove trovar ristoro:
avanza, rimbalza, indietreggia, si ferma, riparte.
 
Sassi piccoli e grandi incontra sulla via,
ma levigati son da una luce che il cammino rischiara.
 
Con altri pensieri si incontra, si scontra, si intreccia,
si abbraccia, si fonde ed ingrassa.
 
Più leggero è il suo peso col sorriso del bimbo,
ma gonfio di rabbia tuona ai malvagi.
 
Il pensiero vagabondo si inabissa, si perde,
riaffiora, riemerge, si innalza, si eleva, risplende
e libero da catene non cessa il suo volo…



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15 dicembre 2009
MASCHERE

MASCHERE

 

Levatevi quella maschera da agnelli,

le lacrime che seminate vi tradiscono,

sordi siete al richiamo del pastore,

anche lui celato nel vostro cuore.

 

Come iene ridete alle spalle

di coloro che uomini rimangono,

giacchè serpi striscianti non voglion diventare

e ai margini della giungla condannati a restare.

 

Ma non cantate vittoria troppo presto,

le nubi del domani si diradano all’orizzonte,

fa capolino un arcobaleno di colori,

sorto dai destati tanti cuori.

 

Colombe e gabbiani con un ventaglio di piume

spazzeranno dal cielo la vostra ipocrisia:

le vostre stesse menzogne vi annienteranno

e Verità e Giustizia alla fine trionferanno.

 




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politica interna
12 dicembre 2009
(letto e pubblicato)

CARI COLLEGHI DOVE ERAVATE?

 di Gabriella Nuzzi
(Giudice del Tribunale di Latina)
 
L’imprevedibilità degli eventi, insuperabile limite umano. Essa ha segnato il cammino della Storia, aprendo ai grandi cambiamenti e alle conquiste di civiltà. Nell’apparente quiete di un ancient regime ormai assai prossimo alla perfezione, l’imprevedibile è accaduto. Una falla nel sistema. L’inaspettato logorìo dei meccanismi di controllo. Meccanismi perversi, criminosi, grazie ai quali gruppi di potere trasversale hanno usurpato posti strategici all’interno delle istituzioni del Paese, generando un tentacolare sovra-apparato che ne plagia il funzionamento democratico per asservirlo al culto del dominio personale e del profitto.
Meccanismi spietati, dietro i quali sono celati i misteri delle innumerevoli stragi della nostra storia repubblicana, servite solo a instillare nel popolo suddito, atterrito e prostrato al bisogno, l’illusione di un governo stabile e forte, in grado di fronteggiare e sconfiggere l’ombra di un apparente nemico, di cui, in realtà, era già prigioniero. Meccanismi di spionaggio e dossieraggio illegali, micidiali armamenti di un potere senza colore, invisibile e onnipresente, il vero grande Segreto di Stato; impiegati per ordire, con la clava della denigrazione, strategie di annientamento di uomini scomodi impegnati nella ricerca della verità, da seppellire, per sempre, nel sepolcro della grande menzogna.  Imprevedibilmente, quei meccanismi sono impazziti, il controllo è sfuggito di mano.  Dietro la patina scrostata di un mondo surreale, si intravedono, ridotti in macerie, gli antichi spazi di libertà, autonomia, eguaglianza sociale, ai quali i nostri padri hanno donato, nella lotta, le loro semplici vite. Da ogni parte si levano cori di autorevoli voci; indignate, incitano a levare gli scudi, perché la democrazia è in grave pericolo. Le forze politiche di opposizione organizzano proteste a difesa della Libera Stampa, l’associazione nazionale delle toghe invoca tutele alla sua indipendenza. Dov’ erano costoro quando suonavano i primi campanelli d’allarme?
Dov’erano, quando scoppiavano i casi dei colleghi De Magistris e Forleo, impunemente additati come cattivi magistrati; quando, senza decenza, veniva profusa alla pubblica opinione l’enorme bugia della “guerra” tra le Procure di Salerno e Catanzaro?
Dov’era allora la verità?  Eppure, l’evidenza dei fatti era scritta nelle carte, migliaia di atti processuali che raccontano dell’illecita gestione di finanziamenti e appalti, di corruzioni giudiziarie, di indagini avviate e poi sparite nel nulla, di agenzie di sicurezza e organi di informazione, di magistrati controllati, delegittimati, esautorati delle loro funzioni. Dov’erano quei politici, quelle toghe, le illustri firme del giornalismo italiano che oggi gridano allo scandalo dell’autoritarismo?  La paura li aveva forse paralizzati, rendendoli ciechi, muti, sordi?
Non preferirono, allora, seguire le scorciatoie della denigrazione, degli insulti gratuiti o, ancor peggio, dell’indifferenza e del silenzio, tutti compatti nella irrazionale difesa di simulacri sacri ed inviolabili, da preservare ad ogni costo?  E dov’era la grande “libera stampa” quando si levavano, isolate, le coraggiose voci del dissenso?
Non si adeguò forse anch’essa – né più né meno della “stampa di regime” – ai diktat dell’oscuramento, della mistificazione, dell’omertà e dell’emarginazione, dimostrandosi suddita del proprio padrone?
Certo è che quella verità avrebbe consentito di svelare i meccanismi del sistema e di arrestarne il funzionamento. Troppo scomoda però, forse perché non partigiana. Più facile e conveniente espellere i virus e ridurli in quarantena. Dunque, il tempo delle domande – e delle riflessioni – non è ancora finito. Sorge il dubbio che le nobili cause, rispolverate oggi con tanto fervore, siano utili a rinvigorire qua e là il consenso in un popolo stanco e stremato.
Intanto, l’imprevedibile può ancora accadere.  Che taccia il chiacchiericcio volgare di chi, assai vigliaccamente, ancora getta acqua al suo mulino per giustificare le nefandezze compiute; che i fatti siano finalmente resi alla pubblica opinione; che le responsabilità siano accertate e punite.
La ricerca della verità accomuna Giustizia e Informazione, ma non è una lucina debole e fioca, che si accende e si spegne all’intermittenza della ipocrisia e della convenienza politica.  E’ un faro immenso, luminosissimo, perennemente fisso sulla coscienza umana, unica vera guida verso un autentico rinnovamento.


 




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vita da impiegato
24 novembre 2009
INTERVISTA SUL MOBBING

 

                       INTERVISTA SUL MOBBING
 
D. Perché su FB hai istituito il gruppo "il crimine del mobbing"?
R. Per diffondere il mio pensiero sull’argomento e verificare quante persone erano pronte a condividerlo. Ritengo che solo chi vive direttamente un’esperienza dolorosa riesca a dare un taglio più “vero”, perché più “sentito”, alla trattazione del fenomeno in questione. La conoscenza del mobbing è completa solo in chi ha una forte motivazione alla sua risoluzione e tale “forte” motivazione nasce unicamente in coloro che l’hanno subito. Chi ha la pancia piena non può sapere cosa significhi, esattamente, la vera fame!

D. Attualmente quanti iscritti ci sono?
R. Siamo in 101, ma ritengo che il numero degli iscritti ai gruppi su FB non sia significativo: una semplice adesione ad un gruppo non si traduce nella disponibilità alla mobilitazione.

D. Puoi parlarmi, brevemente, della tua esperienza lavorativa e del mobbing subito?
R. La mia esperienza di mobbing ricalca quella di tante altre persone. L’unica peculiarità, forse, risiede nel fatto che, sin dall’assunzione e per 20 anni, fui sottoposta a questa vile forma di tortura psicologica. Sintetizzo, comunque, la mia storia evidenziando tre fatti significativi: causa iniziale, denuncia ed epilogo.

D. Iniziamo con la causa iniziale...
R. Nel 1984 fui assunta in banca segnata da un marchio “quella che ha fatto causa per entrare”, poiché l’azienda fu costretta ad assumermi, a seguito di una sentenza giudiziaria, che mi riconosceva il reclamato diritto di vincitrice di una selezione cui avevo partecipato anni prima. Convinta - ingenuamente - che, anche senza raccomandazioni e lavorando onestamente, fosse possibile “affermarsi”, non capii che quel mio ingresso coatto segnava l’inizio della distruzione di un essere umano!

D. Quindi hai denunciato il tuo malessere in azienda?
R. Nel 2001, in risposta ad un’ingiusta lettera di contestazione - mai ricevuta sino a quell’epoca -, decisi per la prima volta di esporre per iscritto alla Direzione generale la situazione di angherie e soprusi che subivo da anni, confidando in una maggiore “correttezza” dei nuovi vertici aziendali rispetto a quelli vecchi, e reclamando giustizia per ciò che pativo da tanto tempo. Fu l’inizio della fine!...

D. Perché?
R. Venni sottoposta a isolamento, a continui trasferimenti, a lunghi periodi di inattività forzata, mentre mancate gratificazioni, soprusi e umiliazioni continuarono ad essere pane quotidiano! Subentrò un crollo psicologico, persi la stima in me stessa, ebbi una forte depressione e vari disturbi psicosomatici; il mio senso di impotenza mi indusse a pensare al suicidio come possibile rimedio alla mia sofferenza. La disperata ricerca di aiuti mi fece comprendere che il mio calvario aveva un nome: mobbing!

D. Parliamo del terzo “fatto”...
R. Risale al 2004 quando l’indifferenza della Dirigenza, del Sindacato e dei colleghi mi spronò a rivolgermi ad una delle Associazioni che si occupavano delle tematiche inerenti alla lotta contro il mobbing. I miei interlocutori mi invitarono a rendere la mia esperienza lavorativa oggetto di una testimonianza scritta, da divulgare in un convegno sul tema mobbing organizzato a Palermo. Accolsi la richiesta. Nonostante la mia fosse una testimonianza anonima e priva di riferimenti nominativi, a seguito di quel convegno la Banca iniziò ad addebitarmi una serie di contestazioni pretestuose o inesistenti, ma destinate a portare nel giro di pochi mesi al mio licenziamento.

D. Attualmente come si può sintetizzare la tua storia giudiziaria?
R. La mia esperienza lavorativa e il connesso iter giudiziario è, attualmente, sottoposto al giudizio della Corte di Cassazione, che dovrà esprimersi sul silenzio “omertoso” dei Giudici di Palermo riguardo alla mia storia di mobbing ampiamente descritta e documentata.

D. Gli studiosi di questo fenomeno concordano nel sostenere che le vittime del mobbing sono lavoratori competenti e ligi al proprio dovere. Qual è, in merito, la tua opinione?
R. No. Chiunque può diventare vittima del mobbing. Tuttavia, la mancata perseguibilità penale di tale fenomeno criminale rende il mobbing un efficace strumento, con cui si attrezzano le aziende, per liberarsi dei dipendenti “scomodi”, ossia di quelli non disponibili a “integrarsi” in certi ambienti lavorativi, perché dotati di propri codici etici di comportamento. Ritengo che, sinché gli abusi di potere verranno tollerati e non sanzionati, in qualunque azienda esisterà una potenziale vittima di mobbing.

D. Quanto è importante, a tuo avviso, la solidarietà e la vicinanza di familiari e amici per chi subisce mobbing sul posto di lavoro?
R. Solo con un grande affetto, con la propria sensibilità o tramite l’esperienza diretta si può “percepire” il dramma vissuto da chi subisce mobbing. La tortura psicologica, in cui si sostanzia tale fenomeno criminale, non è compresa da chi non l’ha provata. Familiari e amici o tendono a colpevolizzarti, o rimangono indifferenti interessandosi, unicamente, ad appagare la loro curiosità o, addirittura, infieriscono, approfittando del tuo stato di impotenza. È troppo pesante il fardello che porta a casa colui che, per otto ore consecutive, ha vissuto con l’inferno nell’anima! E questo è il motivo per il quale il mobbing infetta e si propaga anche al di fuori dell’ambito lavorativo, poiché un’esperienza distruttiva di tale portata mette alla prova la solidità dei rapporti affettivi. Io mi sono ritrovata sola e abbandonata a me stessa. La mancata condivisione della sofferenza e il mancato sostegno altrui nella ricerca di possibili aiuti mi ha indotto, per non soccombere “definitivamente”, a cercare in me stessa la forza per portare avanti la mia battaglia contro il mobbing, ma ha, altresì, distrutto la fiducia riposta in tutti coloro che ritenevo mi fossero vicini.

D. Ritornando al gruppo su FB, qual è il tuo obiettivo?
R. Cercare e individuare persone con cui collaborare, che siano attrezzate di strumenti politici, giudiziari o di informazione e determinate a combattere tale "crimine" in qualunque sede e con qualunque strumento democratico. Occorre che i mass-media rompano il loro silenzio su tale fenomeno criminale per formare una coscienza collettiva - ad oggi ancora mancante - sull’atrocità del mobbing, e che la classe politica fornisca ai magistrati gli strumenti legislativi appropriati per rendere giustizia alle vittime. Ritengo che, sinché non verrà emanata una legge ad hoc, che sancisca la perseguibilità penale del reato di mobbing e che preveda la riparazione - non solo economica - del danno esistenziale provocato, la sete di giustizia, invocata da chi denuncia il mobbing subito, rimarrà inappagata!



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DIARI
15 novembre 2009
UN ABBRACCIO

 

     UN ABBRACCIO
         
Socchiudere gli occhi,
dissetarsi in un abbraccio,
arginare un fluire di emozioni
galleggianti nel mare della vita,
e sentire i battiti di un cuore palpitare.
 
Rimanere avvinghiati in uno stato di estasi,
ascoltare le parole di un dolcissimo silenzio,
e danzare su una nuvola, trasportati
dall’armonia che sprigiona l’Infinito.
 
Sorridere al cielo,
cavalcare la luna
e poi arrampicarsi sui raggi del sole.
 
Riaprire gli occhi, accarezzare l’aria
e avvolgersi col vuoto delle proprie mani.



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SOCIETA'
26 settembre 2009
La tortura psicologica del mobbing

 

                                          La tortura psicologica del mobbing
 
 Una cappa di “silenzio” è calata sulla tematica del mobbing: è da tempo, ormai, che tutto tace sull’argomento. Qualche anno fa pareva che, finalmente, i riflettori dei mass-media si stessero accendendo su questo fenomeno criminale: qualche trasmissione televisiva, ogni tanto, ne parlava, nelle sale cinematografiche usciva il film della Comencini “Mi piace lavorare (mobbing)”, su internet erano nati diversi siti che raccoglievano testimonianze di vittime, diffondendo, al contempo, gli sviluppi legislativi sull’argomento. Improvvisamente questi siti o sono stati oscurati o non venivano più aggiornati, lasciando nella più assoluta mancanza di informazioni le numerose vittime di mobbing “assetate” di giustizia. Ultimamente la tematica si sta riproponendo su face-book senza aggiungere, tuttavia, nulla a ciò che i conoscitori del fenomeno già sapevano.
      Sete di giustizia è l’espressione più appropriata per esprimere lo stato d’animo di chi è vittima di questo crimine, poiché quando si parla di mobbing, si discute di tortura psicologica con pesanti conseguenze sull’esistenza di un individuo.
    Il mobbing è un assassinio che non lascia né cadaveri, né armi. Quando si uccide qualcuno usando una pistola, il morto diventa la prova di un reato sul quale gli organi competenti dovranno indagare per scoprirne i responsabili. Quando invece una persona è torturata psicologicamente, si mira a distruggerla  “di dentro”, istigandola al suicidio tramite isolamento, emarginazione, inattività forzata, umiliazioni e con varie altre forme subdole di prevaricazione prolungate nel tempo. Si cerca di ottenere lo stesso risultato di un assassinio, in maniera più “pulita”: il mobbizzato diventa un “cadavere vivente” e i suoi assassini ritengono di non potere essere etichettati come tali, solo perché non hanno lasciato tracce di sangue sull’aggredito. Le ferite inferte, tramite la tortura subita, sono ben celate all’interno della persona!!! Qualunque forma di tortura è una violazione dei diritti umani vietata dalle leggi, ma non impedita.
     Si tortura per estorcere confessioni, punire reati o presunti colpevoli di reati, imporre disciplina o supremazia psicologica, seminare il terrore. La tortura è, dal punto di vista chi la usa, un metodo estremamente efficace: anche quando non uccide, incute paura e annichilisce. Il suo obiettivo ultimo non è la morte della vittima ma il suo annientamento come essere umano, l’annullamento della sua personalità, dignità, individualità. Non a caso, le conseguenze psicologiche e sociali della tortura sono ben più profonde e difficili da cancellare di quelle fisiche.
La tortura, sia fisica che psicologica, esiste perché fa parte di un vero e proprio “sistema”, fatto di azioni (l’ordine tacito o esplicito di torturare, la “formazione” del torturatore, l’atto della tortura) e di omissioni (la negazione delle responsabilità, le mancate indagini, l’assenza di punizioni) e reso possibile da una parola-chiave: impunità, ovvero quel meccanismo per cui i responsabili della tortura non vengono puniti e le vittime della tortura non ottengono giustizia.
 Quando si parla di tortura si pensa in genere a quella fisica e riesce difficile capire la tortura psicologica.  Chi ha letto il libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, trova un’eccellente descrizione del tipo di “ferite interiori” inferte a chi è sottoposto a questo tipo di tortura, che presuppone, in chi la attua, il mancato riconoscimento dell’altrui dignità di essere umano e scrivo questo con la consapevolezza che tale concetto potrà essere compreso solo da chi ha vissuto le stesse sensazioni, sia pure in altri contesti.
    A torture psicologiche sono stati sottoposti gli ebrei, i negri, i dissidenti nei regimi dittatoriali e tutti quegli individui che vengono discriminati dalla classe di potere dominante o dal gruppo sociale di appartenenza. A tortura psicologica (mobbing) sono sottoposti i dipendenti “scomodi” nelle aziende, tramite un massacro quotidiano perpetrato sotto gli occhi dei colleghi, che vedono e tacciono per connivenza o per vigliaccheria.  Chi tace, si rende complice col suo silenzio, al perpetuarsi di questo crimine, ritenendo “erroneamente” di non poter  diventarne vittima lui stesso o i propri figli!!!  
   Quando verrà rotto il muro di silenzio con cui si nasconde il crimine del mobbing? E chi sentirà il dovere morale di fare qualcosa? Come mai i mass media e i giornalisti più agguerriti non hanno mai ingaggiato una battaglia martellante su questo tema, con l’intento di una pressione politica finalizzata all’adozione di una legge ad hoc? Che fine fanno le denuncie di coloro che si rivolgono ai Magistrati riponendo fiducia nella Giustizia? E’ mai possibile che, in presenza di un vuoto legislativo, coloro che dovrebbero svolgere la propria professione animati dal sacro fuoco di un alto ideale, non riescano a trovare, tra i “meandri” delle numerosissime Leggi già esistenti, uno spiraglio per poter inquadrare come reato penale il crimine del mobbing?  
   E’ scandaloso il fatto che la violenza psichica in cui si concretizza il mobbing e che distrugge l’esistenza di un essere umano, sia considerato un reato amministrativo, risarcibile con un semplice indennizzo economico!!!.
   Chi denuncia la tortura psicologica subita, si ritrova “solo” a combattere una dura battaglia, abbandonato a se stesso da chi si proclamava paladino della giustizia, isolato, talvolta, dai suoi stessi familiari, con la consapevolezza che, per proteggere il silenzio omertoso su certe vicende, esiste chi sarebbe pronto ad usare qualsiasi arma!!!
   Sembra che da più parti esista una ritrosia a identificare il mobbing, (i cui effetti, oltre ad esplicarsi nell’ambito lavorativo, distruggono ogni aspetto della esistenza delle vittime), come un crimine pianificato dalla “mafia dei colletti bianchi”, mirante a liberarsi di un dipendente scomodo.
   Concludo auspicando che coloro che sono dotati di strumenti politici, giudiziari e di informazione utilizzino il loro potere per combattere e sconfiggere il crimine del mobbing, affinchè il prezzo di tante vite distrutte possa servire per consegnare alle nuove generazioni una società ove la Giustizia non sia una pura utopia!!! 
 
 
  
 



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SOCIETA'
5 settembre 2009
La Voce del Cuore
 

             La Voce del Cuore

 

Il cuore sprigionava una sublime melodia,

ma stonata arrivava all’orecchio della gente,

giacchè disturbava la loro falsa armonia

la voce di qualcosa che non mente.

 

Suggeriva il calore di un abbraccio,

bisbigliava la dolcezza di un sorriso,

sussurrava la tenerezza di una carezza

e di due mani che si stringono.

 

Evocava la bellezza di un tramonto e

l’estasi che può dare un cielo stellato,

mormorava lo sciabordio di azzurre acque

che si perdono nell’orizzonte.

 

Trepidava per un mondo

di pace e giustizia

ove ognuno potesse fidarsi del

proprio fratello senza timore

di una ferita alle spalle.

 

Ma un vocione possente non dava spazio

a tale  debole e pacata vocina.

La voce del potere imponeva di

abbandonare i propri ideali

e di uccidere i sentimenti. 

 

Li additava quali astrattezze irrealistiche 

che distolgono l’uomo dal raggiungimento di

un concreto e dorato obbiettivo: successo e denaro,

come quello ottenuto da calciatori e veline

esibiti quali modelli facili da emulare

per avere una vita felice.

 

Il possente vocione gridava:

pensa solo a te stesso,

annienta la voce del tuo cuore,

sii pronto a tradire chiunque

pur di trovare la tua effimera gloria

e sii fedele solo a chi ha comprato

il silenzio del tuo cuore,

ripagandolo con l’elemosina occorrente

 per affrontare il tuo presente.

 

E la vocina replicava:

Oh! misero uomo la tua ricchezza

 la trovi solo dentro di te,

è un tesoro inestimabile che potrà

essere apprezzato solo da esseri umani

che posseggono il tuo stesso tesoro.

 

Unisci la voce del tuo cuore a quella dei tuoi simili

forma se puoi un coro di anime elette

cantate  al cielo un assordante silenzio

che ridia fiato ai tanti cuori imbavagliati dal potere:

solo Amore Pace e Giustizia

doneranno all’uomo la vera letizia.

 

Oh! speranza, finestra sull’orizzonte

che ti apri e ti chiudi con l’umore del vento….

 




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SOCIETA'
19 giugno 2009
IERI OGGI DOMANI
 

    IERI OGGI E DOMANI

 

Ieri: embrione di un futuro nascente

dalla Storia di generazioni passate,

carico del sogno di divenir farfalla…

 

Oggi: ragnatela intrecciata col filo

di umane esperienze, grondanti di

 lacrime e fatica, tessuta da un sornione

ragno con arroganza, menzogne e inganni…

 

Domani: bolla di sapone destinata ad

infrangersi contro il muro di un
presente,
ove,  finalmente, gusterà 

certa pace l’indomito guerriero…

 

Ieri oggi e domani: canto alla Vita

che non vuole imbrigliarsi nei lacci

della rima per sprigionare la sua melodia…

 




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SOCIETA'
14 marzo 2009
Mobbing e Giustizia assente: Appello
                                                               

   Ormai è da troppi anni che gli Italiani e in particolare i Siciliani sono vittime di un sistema politico schizofrenico, mirante a far sprofondare il Paese in un caos tale, ove le uniche leggi applicate sono quelle della giungla: il più “forte” esercita, nei confronti del suo simile, qualunque forma di abuso di potere, nascente dal suo ruolo e/o dagli “appoggi” che ritiene di avere.

    Ciò avviene, anche, nel Palazzo di Giustizia di Palermo ove i Giudici, a cui mi sono appellata per denunciare il mobbing subito e terminato con un licenziamento, mi sono apparsi come burattini manovrati da un potere occulto, che dispone il silenzio assoluto su ogni forma di ingiustizia perpetrata nei confronti dei cittadini.

   Infatti, sia nel giudizio di 1° grado, sia in sede di Corte d’Appello non è stata presa assolutamente in considerazione la denunzia che ho presentato, non mi è  stata data l’opportunità di dire una sola parola, non è stato fatto alcun cenno alla “abbondante” documentazione di prova esibita. Pare che il clima politico attuale imponga di non far emergere in nessun contesto la Verità, tant’è che neanche l’avvocato della parte avversa si è preso la briga, nella sua memoria difensiva, di contestare gli episodi denunciati. Il racconto di 20 anni di vita lavorativa distrutta dal mobbing è stato semplicemente ignorato e considerato come un frutto della fantasia !!!

   Sembra che da più parti esista una ritrosia a identificare il mobbing, (i cui effetti, oltre ad esplicarsi nell’ambito lavorativo, distruggono ogni aspetto della esistenza delle vittime), come un crimine pianificato dalla “mafia dei colletti bianchi”, mirante a liberarsi di un dipendente scomodo. Chi denuncia la violenza psichica subita, si ritrova “solo” a combattere una dura battaglia, abbandonato a se stesso da chi si proclamava paladino della giustizia, isolato, talvolta, dai suoi stessi familiari, con la consapevolezza che, per proteggere il silenzio omertoso su certe vicende, esiste chi sarebbe pronto ad usare qualsiasi arma!!!

   E’ da 5 anni, da quando ho deciso di raccontare la mia storia,  che vivo separata in casa dal marito, con 2 figlie che mi considerano morta, senza mai avermi affrontato per dirmi ciò di cui mi accusano. E’ da circa 5 anni che non sento pronunciare la parola “mamma” da una delle mie figlie!!!..E nessuno, (parenti, amici, conoscenti ecc.) è mai intervenuto per tentare di abbattere quel muro di silenzio creato tra una madre e i propri figli. Non è possibile che nessuno sappia i motivi di tale silenzio; non è “normale” che non si siano confidate con nessuno!!!

     Solo col dialogo posso ricostruire quel rapporto, che sino all’età della loro adolescenza, era bellissimo e tutto mi porta a pensare che esse, a loro insaputa,  siano state “manipolate” ad hoc per indurmi, con il loro silenzio,  a ritirare la mia denuncia di mobbing. 

  La giovane età delle mie figlie, non consente loro di prevedere i rimorsi di coscienza cui andranno incontro, allorquando si renderanno conto di cosa significhi essere madre, amare i propri figli ed essere cancellati dalla loro vita senza un giustificato motivo. E quando ciò avverrà non ci sarà nessuno che potrà aiutarle!!!

    E’ inquietante il silenzio assordante che aleggia sulla storia di una vita distrutta, ampiamente denunciata da una donna che chiede da anni Giustizia!!!

                                       

                                                      Ciò premesso

 

-   chiedo che i giudici cui mi son rivolta siano “richiamati” a fare il loro dovere: fare emergere la verità dei fatti  e rendere giustizia a chi ha subito un torto. Verità che, per quanto riguarda la mia vicenda giudiziaria, non è mai emersa nelle aule del Tribunale cui mi sono rivolta;

-   chiedo  che qualcuno vigili sull’iter del mio prossimo ricorso in Corte di Cassazione affinchè, almeno in quel contesto, i Magistrati giudicanti possano svolgere il loro lavoro con equità e alto senso di responsabilità, dando un autorevole contributo al “trionfo” della Giustizia;   

- chiedo che venga al più presto emanata una legge ad hoc che sancisca la perseguibilità penale del mobbing: è scandaloso il fatto che la violenza psichica in cui si concretizza il mobbing e che distrugge l’esistenza di un essere umano, sia considerato un reato amministrativo, risarcibile con un semplice indennizzo economico!!!.

 - chiedo che coloro che sono dotati di strumenti politici, giudiziari e di informazione utilizzino il loro potere per combattere e sconfiggere il crimine del mobbing,  affinchè il prezzo di tante vite distrutte possa servire per consegnare alle nuove generazioni una società ove la Giustizia non è una pura utopia!!! 


Silvana Catalano  

 




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LAVORO
21 gennaio 2009
MOBBING E MAFIOSITA'
 

 

                                Considerazioni su  Mobbing e mafiosità

 

Allorquando in un’azienda, apparentemente sana, chi detiene le leve decisionali è un gruppo di potere, che comprende, tra l’altro, i così detti “colletti bianchi”, le regole “tacite” di comportamento, che si instaurano in esso, rispondono spesso a logiche clientelari, che ruotano attorno all’abuso di ufficio e sfociano in atti discriminatori; dette logiche si ispirano, insomma ad una deontologia finalizzata a svuotare di significato concetti quali dignità umana, solidarietà e trasparenza, che rimarranno sterili parole.

In tale contesto diventa estremamente facile adottare tutte quelle figure sottili e subdole di violenza psicologica, miranti a distruggere e ad annientare un lavoratore “scomodo” al fine di “addomesticarlo” per piegarlo alla volontà di chi “decide”, il quale sa di poter contare sul silenzio omertoso dei colleghi che tacciono o perché conniventi o per paura di possibili analoghe ritorsioni. Ove è possibile, quindi, avvalersi delle più svariate forme di persecuzione e terrorismo psicologico nei confronti di un essere umano, la vittima prescelta o si piega alle regole “tacite e immorali”, fissate da chi effettivamente comanda o è destinata ad essere estromessa solo perché considerata “diversa”. La vittima si trova, pertanto, impotente a reagire ai suoi aguzzini.

Il configurarsi di una siffatta situazione nell’ambiente lavorativo, con un termine moderno, viene definito con la parola “mobbing”, il quale – secondo i dizionari più aggiornati – è illustrato come “ sistematica persecuzione, esercitata sul posto di lavoro da colleghi o superiori nei confronti di un individuo, consistente per lo più in piccoli atti quotidiani di emarginazione sociale, violenza psicologica o sabotaggio professionale, ma che può spingersi fino all’aggressione fisica”. Ma per capire la realtà di questo fenomeno criminale, occorre leggere le testimonianze rese dalle vittime e i conseguenti danni “esistenziali” ormai ben illustrati da psicologi, sociologi e giuristi negli appositi siti tematici, a cui si rimanda.  Mi sorge il sospetto che la parola mobbing sia stata coniata al solo scopo di evitare di etichettare quali comuni delinquenti, tutta la massa di “persone rispettabili” che, abusando del loro potere, distruggono la vita di uno o più lavoratori; per distruggere una vita non serve un cadavere, ma il mobbing è, anche, una “istigazione” al suicidio!

Ho accennato ad un contesto verosimilmente mafioso: tenterò di dimostrarlo. Prendiamo il caso del “pizzo” richiesto dalla mafia. Chi vuole lavorare “tranquillo” deve pagarlo e i mafiosi, per far cedere il negoziante alla loro prepotenza, porranno in essere nei suoi confronti una violenza psicologica, ammantata da tutti i crismi della legalità. Prima di passare ad azioni “eclatanti”, che attirerebbero l’azione delle Forze dell’Ordine, lo faranno sentire costantemente controllato, spiato, gli faranno ricevere telefonate anonime, “sorprese” sgradite, che finiranno per sfibrarlo al punto tale che il commerciante “impaurito” dovrà scegliere se cedere al pagamento del pizzo pur di avere una vita tranquilla o sbaraccare e trasferirsi in altra città o resistere privo della solidarietà degli altri, che invece pagano.

Ma qualunque decisione pigli, il suo “tempo” trascorso con il timore di un attentato non è vissuto con uno stato d’animo analogo a quello di chi ha paura di un licenziamento, se osa reagire ad ogni forma di abuso di ufficio? Il timore di essere isolato, emarginato, demansionato, deriso, umiliato, svuotato da ogni competenza, reso inutile, la consapevolezza del proprio senso di impotenza, la “paura” delle conseguenze derivanti dalla rivendicazione dei propri diritti non finiscono col rendere gli uomini schiavi dei loro aguzzini? La sofferenza nascente da condizioni di vita disumane, imposte da chi vuole piegare i suoi simili alla propria volontà, è identica sia nel caso di mobbing, che in quello del ricatto nel pagamento del “pizzo”.  Trattasi sempre di violenza psicologica, tortura psicologica. Ma il prezzo che paga chi rifiuta di assoggettarsi alla logica mafiosa ossia il dipendente che va controcorrente solo perché non è disponibile a diventare uno “yes-man” non è la morte fisica. Contro di lui saranno utilizzate armi più sofisticate, che non lasciano cadaveri, ma che tendono ad annientarlo interiormente: le armi psicologiche, che mirano alla sua “morte civile”!!!.

Soprusi, prepotenze, violenze psicologiche sono le prime armi della mafia, che sa di poter contare su silenzi omertosi nascenti da complicità o da vigliaccheria: non sarebbe necessario, quindi, il “morto” per incriminare tutti quei delinquenti che hanno scelto un tipo di vita, che prevede l’azzeramento di quella differenza che distingue un uomo da un animale.

Allora quando tali “armi silenziose” vengono usate in un’azienda, mi sembra corretto dire che in quella azienda c’è mafia e mafioso è chi adotta il metodo della violenza psicologica ai danni di un soggetto più debole pur di raggiungere i suoi fini. Se mafioso è il “picciotto” che si limita a chiedere il pizzo perché previsto dall’organizzazione criminale cui si è integrato, mafioso è anche colui che pone in essere un’azione mobbizzante perché consentita dall’occulto e criminoso sistema aziendale, nel quale peraltro si sente integrato. Nessuno dei due ha utilizzato una pistola per raggiungere il suo obbiettivo, ma sia il picciotto sia il mobber hanno contribuito con il loro comportamento al massacro di un essere umano. Un tempo la parola mafia veniva sussurrata e molti ne disconoscevano la sua stessa esistenza, non capendone il suo significato. Per emergere il fenomeno nella sua drammaticità la storia ha dovuto registrare tante vittime; lo stesso sta avvenendo col fenomeno del mobbing.

Impostato in questi termini diventa possibile dare una risposta soddisfacente alla sete di giustizia della moltitudine di mobbizzati oggi esistenti. Gli studiosi del fenomeno hanno, ormai, ben inquadrato la dinamica e le conseguenze del “calvario” subito da tanti lavoratori, ma, ad oggi, non sono ancora stati individuati gli strumenti legislativi necessari per fare giustizia.

Attualmente è previsto solo un indennizzo economico pagato dall’azienda (persona giuridica); ma i veri colpevoli (persone fisiche) non “pagano” per le loro colpe, né economicamente, né penalmente e pertanto, nonostante la sentenza di condanna per mobbing, rimangono liberi di continuare ad adottare nei confronti del mobbizzato ogni forma di tecnica persecutoria. Il mobbizzato riceverà solo dei soldi quale risarcimento di un “passato” distrutto, ma il suo “presente” e il suo “futuro” continueranno ad essere una prosecuzione del suo passato d’inferno!

Laddove emergono casi di mobbing solo un lavoro certosino delle Autorità Investigative potrà far emergere il peso di tutte le responsabilità dei vari soggetti, che hanno contribuito con il loro agire o “non agire” alla distruzione della vita di un essere umano. Per estirpare questo fenomeno dalla società in cui viviamo non serve la sola prevenzione, poiché qua ci troviamo dinanzi a comportamenti posti in essere da chi si è già venduto la sua coscienza per non dover provare il rimorso di aver contribuito, con la sua azione o il suo silenzio, al massacro di un collega.

Il mobber, divenuto siffatto essere umano, ritiene di non aver fatto nulla di grave, non ha sensi di colpa, crede di operare nell’interesse aziendale, non prova minimamente ad immedesimarsi nella vittima dell’azione persecutoria. Le regole aziendali prevedono certi “comportamenti” che nessuno ha mai sanzionato; fanno parte del gioco. Ha fatto la sua scelta: “mors tua, vita mea”. E chi tace o è connivente o si sente giustificato dalla paura di ritorsioni.

Chi ha messo un bavaglio alla propria coscienza ha dimenticato che ogni regola fissata dagli uomini dovrebbe sempre sottostare all’etica fissata dalla voce della propria “coscienza”; la quale impedisce di calpestare la dignità di un proprio simile e grida dinanzi ad ogni forma di ingiustizia, richiamando l’uomo nel suo percorso naturale di essere umano per distoglierlo da quel sentiero che lo potrebbe portare allo stato di animale.

Nelle aziende ove l’etica della mafiosità impera tramite tutti quei comportamenti che identificano il mobbing, rimanere “uomini” potendo guardare negli occhi chicchessia, senza strisciare al cospetto di nessuno, significa assistere impotenti alla distruzione della propria vita, intendendo per vita quel mondo interiore nel quale ciascuno di noi coltiva i propri desideri, sogni, ambizioni, innaffiandoli di entusiasmo e gioia di vivere, ma che, a seguito del mobbing subito, è diventato un bacino di enormi sofferenze, un grande vuoto che ha trasformato ogni impulso interiore in sete di giustizia.

Ritengo che per fare giustizia, (in presenza di un vuoto legislativo e nell’attesa di una legge ad hoc, che sancisca la perseguibilità penale di tale tipo di reato),  la magistratura giudicante, tramite un’interpretazione estensiva delle norme civilistiche, penali e costituzionali già esistenti nel panorama legislativo, potrebbe inquadrare come reato di mafia il c.d. mobbing.

Dare l’auspicata rilevanza penale al mobbing significherebbe etichettare come delinquenti tutti coloro che, nonostante il loro “perbenismo”, hanno partecipato al massacro della vittima prescelta. Le conseguenze penali sarebbero da monito per tutti, risveglierebbero molte coscienze assopite; un puntuale e certo intervento di adeguati strumenti di repressione è il migliore strumento di prevenzione in un sistema ove si voglia far funzionare la giustizia.

Inquadrando il mobbing come reato di mafia la vittima avrebbe, altresì, la soddisfazione di essere risarcita economicamente dai suoi stessi aguzzini, che si vedrebbero aggredito il proprio patrimonio, ivi compreso stipendio, T.F.R. Comprovata la sussistenza di una fattispecie di mobbing, il giudice competente dovrebbe automaticamente passare la pratica al Tribunale Penale per l’individuazione di tutti i responsabili. Si tenga presente, infatti, che molte volte la strategia del mobbing è articolata in modo da frammentare le responsabilità su più individui, al fine di non consentire alla vittima di poter perseguire penalmente i vari “mobbers”. Ognuno di loro assume, invero, comportamenti che potrebbero apparire leciti e insignificanti, ma che assumono rilevanza solo se considerati come un tassello di un processo devastante ai danni del mobbizzato, che può emergere solo nell’ambito di un’indagine tesa ad individuare le responsabilità dirette ed indirette di tutti coloro che hanno contribuito al massacro di un essere umano, che voleva semplicemente lavorare onestamente.

Ma occorre anche dare alla vittima la possibilità di ricominciare a vivere. I mobbizzati si trovano in condizioni psicologiche analoghe ai sopravvissuti di un “lager”; sanno di essere soli e  impotenti, di essere considerati inutili, sono persone sfiduciate nei confronti del loro prossimo, rimasto sordo ad ogni richiesta di “aiuto”, sono esseri umani che vanno aiutati a reinserirsi in un ambiente lavorativo accogliente e stimolante, che non dia spazio a coloro che non danno alcun valore alla dignità umana. La Giustizia deve preoccuparsi di ricostruire la loro professionalità, di riqualificare la loro immagine e di riparare tutti i danni esistenziali provocati loro anche al di fuori del contesto lavorativo. I mobbizzati che reclamano giustizia hanno ferite invisibili, che potranno cicatrizzarsi solo allorquando percepiranno intorno a loro quel clima di fiducia, che impedisce di vedere nel proprio interlocutore un potenziale vessatore.

 

Silvana Catalano

 

 

 




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SOCIETA'
21 dicembre 2008
SCELTE PERDENTI
 

Ho scelto la via della Giustizia

e ho perso il lavoro.

Ho scelto i viali del Cuore

e ho perso il compagno.

Ho scelto un percorso di Coerenza

e ho perso i figli.

Ho scelto la strada della Verità

e ho perso gli amici.

Ho scelto il cammino della Ragione

e ho perso Dio.

Ho scelto un sentiero di Vita

e ho perso lo scopo di esistere.

 




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LAVORO
7 dicembre 2008
MOBBING

              

TORTURA E MOBBING

 

Con un ferro rovente marchiaste le umani carni,

indifferenti alle urla della gente

che, torturata e schernita dai vostri gendarmi,

invocava la pietà di un dio inesistente.

 

Un cappello e una divisa furon la vostra corazza

e ignudi e impotenti le vittime lasciaste,

 l’annientamento di  uno spirito inebria la vostra razza,

e  nel mobbing armi più raffinate trovaste.

 

La tortura psicologica non lascia sangue, non lascia traccia,

il torturato  non può diventare  una minaccia,

le ferite interiori non si posson dimostrare,

e nulla potrà essere esibito per farvele ricordare.

 

L’altrui sofferenza non ha memoria,

e le indagini sull’animo non passano alla Storia.

omertà  e indifferenza son le vostre alleate

e niente può scalfire il perbenismo che ostentate.

 

Il mobbizzato afflitto e mesto nella sua stanza

può solo coltivare una speranza:

che ogni carnefice del proprio figlio riceva il disprezzo

e che  il male subdolo sia ripagato con  un giusto prezzo.

 

"Ogni forma di tortura aborriamo

e agli abusi di potere non sottostiamo”.

Tale frase i giovani dovran cantare in coro

  e dalle vittime  dovrà essere anelato il perdono loro.




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SOCIETA'
28 settembre 2008
VIOLENZA PSICHICA
 

 Una legge che tuteli le vittime della violenza psichica.

Ci sono parole, comportamenti che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona o almeno ferirla in modo grave e spesso irreversibile. La provocazione continua, l'offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l'isolamento sono alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica.

Come si può definire la violenza psichica? È quella strategia che mira a uccidere, distruggere, annientare, portare al suicidio una persona, senza spargimento di sangue. La caratteristica fondamentale di questi comportamenti è la crudeltà esercitata dall'aggressore, il quale ben sa che lesioni fisiche o violenze sessuali potrebbero essere punibili come reato.

Le strategie che mette in atto chi decide di annientare un essere umano sono molto subdole e mirano prima di tutto ad anestetizzare la vittima designata in modo che non possa reagire. Spesso, specie nell'ambito familiare, con la vittima si è prima instaurato un legame affettivo, per cui è già difficile individuare il limite sottile che separa un rapporto funzionante ancora da quello decisamente patologico. L'aggressore manda spesso messaggi contrastanti nel senso che dice una cosa e ne pensa un'altra (doppio legame), mettendo in questo modo l'oggetto delle sue manovre in uno stato di confusione e nell'incapacità di capire cosa sta succedendo. Ne essa ha possibilità di chiarire, perché l'interruzione della comunicazione bilaterale è un'altra delle manovre che l'aggressore instaura. Subentra così il senso di colpa di chi inizia a subire e con esso un tentativo di perfezionismo per cercare di spostare o annullare il bersaglio. Se tenta una reazione, dopo un periodo lungo di esasperazione, allora viene accusata di essere cattiva o malata.

Sono psicologa psicoterapeuta del più di vent'anni e molte volte mi sono trovata a verificare quanto peso abbiano avuto nei miei clienti i comportamenti sopra elencati e quanto siano stati causa del male dell'anima e abbiano intaccato la gioia di vivere e di crescere .
Ho visto donne a cui fisicamente non era stato torto un capello, ma che erano state sistematicamente distrutte nella loro identità e nel loro ruolo di donne e di madri.
Ho aiutato donne che da bambine erano state violentate da padri, fratelli, parenti e amici e che hanno sempre taciuto, perché la colpa era stata fatta cadere su di loro, o il silenzio era stato estorto con la minaccia di altra violenza. Ho pure molto frequentemente curato il mal d'amore, come si dice, ma condito da menzogne, inganni, infedeltà, che sono aggravanti di una situazione già di per sé dolorosa. E, benché conosca le motivazioni psichiche dell'aggressore, sono qui per denunciare nel sociale le cause che necessitano di un intervento più esteso.

Spesso si strumentalizza proprio l'amore per prevaricare: l'amore materno che costringe a subire per proteggere i figli, l'amore del partner che non reagisce per non distruggere il rapporto, l'amore che tutto perdona e al quale tutto è richiesto, ma purtroppo anche l'amore del bambino per il genitore del quale ha bisogno.

Ne è esente da violenza psicologica il luogo di lavoro, dove pressoché gli stessi meccanismi operano al fine di annientare un essere umano, che spesso non è una persona qualunque e pertanto costituisce una minaccia per l'aggressore o gli aggressori. Per questo fenomeno è stato coniato il termine mobbing.
Nell'esercito c'è il nonnismo, che altro non è che imporre al subalterno la volontà del superiore con minacce molto forti alla sua integrità fisica o psichica. E nella scuola il bullismo.

Ma non sfuggono alla violenza psicologica nemmeno gli animali, che sottoponiamo a modi di vita densi di sofferenza, che sfruttiamo e poi abbandoniamo, come se non possedessero la loro dignità di esseri viventi, o non provassero sentimenti ed emozioni.

La violenza psicologica è la causa di stati depressivi e anche di suicidi, perché la vittima è incapace di reagire, in quanto logorata, e anche se denunciasse la violenza, la legge italiana non ne terrebbe conto senza prove fisiche di lesioni. Ma c'è soprattutto la vergogna di ammettere di essere trattati male, la paura a chiedere aiuto, per non subire un'altra violenza.

Ma la cosa che mi sembra più grande è che ci siamo assuefatti, come se fossero comportamenti normali. Se si sapesse che sono vietati e pertanto punibili, forse si attenuerebbe la loro incidenza; come fa un cartello di divieto di accesso, che impedisce a molti di percorrere una strada pericolosa per altri.

Ritengo inoltre che in ogni violenza fisica ci sia una violenza psichica: nelle percorse, nelle lesioni, nello stupro e perfino nella tortura quello che fa veramente male è il significato psichico dell'azione, cioè l'avvertire di essere un oggetto nelle mani dell'aggressore teso a distruggerci l'anima.
Dove si esercita una violenza psicologica, sia l'ambiente familiare, sia il lavoro, sia l'esercito, le prigioni, la scuola, sempre come comune denominatore troviamo la mancanza di una norma etica che tenda a superare il mero egoismo, in favore di una responsabilità delle proprie azioni, la mancanza del rispetto della persona umana e del suo diritto alla vita. Ma c'è pure l'ignoranza delle conseguenze che determinati traumi subiti provocano, specie se i comportamenti lesivi sono attuati più per un bisogno di sopraffazione che per una reale crudeltà mentale. Perché diverse sono le motivazioni che portano l'aggressore a distruggere: violenze subite nell'infanzia e non elaborate psichicamente trovano terreno fertile a che una persona da adulta cerchi di infliggere quello che ha subito per difendere la sua precaria identità.
In queste persone già disturbate nel loro passato operano meccanismi inconsci che fanno in modo che l'autore sia incapace di sentirsi in colpa, di riconoscere la sua incapacità di soffrire o meglio di provare sentimenti reali. Temono inoltre un coinvolgimento profondo e reale con un altro essere umano e pertanto lo designano come detentore di tutto il male che è in loro, lo colpevolizzano, lo distruggono per mantenere un equilibrio che ha bisogno di nutrirsi della vita di altre persone.
Ma l'aggressore non è sempre un perverso mentale e pertanto un malato come afferma l'autrice francese Hirigoyen, altrimenti dovrebbe essere solo curato e non punito. Spesso è una persona definita normale, ma solo cattiva e intelligente.

Ma se trasporto questa problematica nel sociale e la denuncio con la poca forza che ho è perché le cause non sono da ricercarsi solo dentro la persona, ma, per questo genere di delitti, sono anche nella società, nella cultura dominante, nella violenza propinata da tutte le fonti, nonché in quella subdola che ci arriva già nei cartoni animati, per proseguire nei film, nella pubblicità e perché no? anche in internet . L'inconscio non è più solo dentro di noi, ma è soprattutto fuori di noi, in quello che non conosciamo, e perciò non possiamo combattere .


Così fan tutti diventa una norma statistica e a volte immorale.

Ci sono sentenze che fanno riflettere su quanto arcaica sia ancora la nostra legislazione e su quanto poco abbia inciso la psicanalisi e la psichiatria. (Basti un esempio: "non può esserci stupro, se la vittima indossa i jeans"... se una donna viene minacciata di morte, si toglie subito quanto le viene richiesto, pur di salvarsi la vita).

L'articolo 32 della costituzione italiana dice: " la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti... " proprio perché il legislatore non specifica se si tratta di salute fisica o psichica, si sarebbe autorizzati a interpretare la legge come la scienza psicologica e psichiatrica ormai confermano, ma non è così, perché sia l'interpretazione della legge, sia la consuetudine ci portano a pensare che il male, quello quantificabile e punibile, possa essere solo fisico o economico.
Ma anche il male psichico ha un costo: psicofarmaci, psicoterapia, ricoveri, assenza dal lavoro, morte, per non parlare del rapporto distorto e carente che la vittima instaura con figli e parenti, vittime a loro volta e forse futuri carnefici.

Chiedo aiuto.
Bisogna informare, educare, parlare, battersi, creare opinioni, comunicare, aiutare chi non può difendersi da solo, sensibilizzare l'opinione pubblica e fare in modo che le istituzioni, in particolare i gruppi formatisi a sostegno dei più deboli si pongano come obiettivo la salvaguardia dell'inviolabilità e del rispetto della personalità. La giurisprudenza stessa, come timidamente comincia fare in qualche sporadica sentenza, potrebbe proporsi come paladino di questo mio scopo in modo da arrivare a una legge che regoli tale problematica, che sia il più possibile preventiva e protettiva delle vittime e che permetta loro un recupero della loro integrità e un loro inserimento sociale


(Trattasi di una denuncia sociale letta su internet, che condivido pienamene e a cui chiunque può aderire tramite la pubblicizzazione sul proprio sito).




permalink | inviato da lasirena il 28/9/2008 alle 17:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sentimenti
24 luglio 2008
solitudine
 

Solitudine

Immagini della mente
che stringono i nodi che allacciano il cuore.

Lacrime asciutte
che inondano il bacino dell’anima.

Parole non dette
che gridano nell’interiorità dell’essere.

Gesti negati
che accarezzano volti lontani.

Tacite grida
che lacerano il silenzio della notte.

Pensieri intrecciati con spine
che vagano errabondi alla ricerca di un dio.

Brama di chiudere gli occhi
per affogare con un sorriso nell’abbraccio con l’eternità.




permalink | inviato da lasirena il 24/7/2008 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
SOCIETA'
18 giugno 2008
Indifferenza e mancati interventi.....
 

Portarono via il comunista

e non mi mobilitai

perché non ero comunista.


Portarono via il sindacalista

e non mi mobilitai

perché non ero sindacalista.


Portarono via l’ebreo cattolico

e non mi mobilitai

perché ero protestante.


Alla fine, portarono via anche me,

ma non c’era più nessuno

che si mobilitasse per me.




(
BARTH, protestante tedesco

perseguitato dai nazisti)




permalink | inviato da lasirena il 18/6/2008 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
SOCIETA'
2 aprile 2008
ESSERE SE' STESSI

 Si può rimanere sè stessi in una società che induce ad omologarsi ad analoghi comportamenti e che sembra inviti a scegliere tra essere o un “lupo” (aggredire) o una pecora (subire)? Perché è considerato un “diverso” chi non vuole diventare né un lupo, né una pecora, ma vuole essere semplicemente un ”Uomo”?!! Non è forse la propria diversità l’essenza di ogni uomo? Non è forse il diverso carattere, la diversa mentalità, il diverso vissuto, la diversa interiorità che differenzia le persone dagli animali? Che comporta essere se stessi in una società che tende ad omologare anche il pensiero?

Il mondo delle idee è infinito e, pertanto, solo se si rinuncia ad un sano confronto, solo rinunciando ad esprimersi o ancora peggio a pensare, gli individui abbandonano, come regola di convivenza sociale, il metodo democratico (tipico degli uomini) per soccombere alla legge della giungla, (tipica degli animali). Con la legge della giungla prevale l’opinione di chi, con le buone o le cattive, riesce ad esercitare un potere sugli altri, resi schiavi da chi ottiene il potere decisionale; ma è ogni singolo individuo che decide se intende essere schiavo di chi lo manipola a suo piacimento, o se vuole essere libero di avere il potere su se stesso.

Potere su se stessi significa essere liberi di pensare, cercando di sfuggire a tutti i messaggi subliminali che arrivano da ogni lato e in particolare dai mass- media; potere su se stessi significa avere la capacità di opporsi, allorquando tutti cercano di schierarsi dal lato del più forte, solo per ragioni di opportunismo; potere su se stessi significa non vergognarsi delle proprie debolezze, delle proprie emozioni; potere su se stessi significa non avere paura di affrontare il giudizio altrui, mostrandosi per quello che realmente si è.

Ma ci si sofferma a chiedersi quanto vale tale giudizio? Gli “altri sono una massa anonima pronta a portarti alle “stelle” o a farti precipitare nelle “stalle” sulla base di ragioni opportunistiche. Gli altri sono degli estranei pronti a sentenziare sull’immagine, vera o falsa che sia, che appare in quelle frazioni di tempo dell’ altrui esistenza in cui si trovano da spettatori.

Senza un’approfondita conoscenza, che a volte non si ha neanche di se stessi, ogni giudizio sulle persone è basato unicamente su apparenze, che, spesso, possono essere false.

Chi ha un qualche interesse a relazionarsi con tizio esibirà un‘immagine totalmente positiva; si mostrerà buono, educato, gentile, disponibile, consenziente, anche se tale immagine non corrisponde alla vera essenza, che esiste dietro la maschera che indossa per gli altri. Una persona cattiva, invidiosa, che detesta il suo interlocutore non sfodererà, palesemente, il suo ghigno “satanico” e i suoi attacchi saranno subdoli; la malvagità è, sempre, nelle intenzioni, e le ferite inferte dalla cattiveria altrui nascono, molto spesso, da azioni mascherate dal più assoluto candore!!! Il malvagio non è mai se stesso, poiché se mostrasse la sua vera essenza tutti lo schiverebbero, egli invece ha bisogno di essere accettato dagli altri per poterli colpire a suo piacimento ed è per questo che deve costruirsi un’immagine più gradevole possibile. Il malvagio non è mai sè stesso, perché non può permettersi di esserlo!!!

Il valore che si attribuisce al giudizio altrui e all’autostima dipendono dal modello di riferimento che ognuno ha nella propria vita. Se tale modello è quello trasmesso dalla società (veline, calciatori, furbastri, faccendieri, ecc), la ricerca del successo, del potere, del denaro, della bellezza fisica, farà da freno inibitore ad un’autentica analisi introspettiva: sarà più importante il giudizio che si riceve dagli altri, piuttosto che quello che si dà a se stessi. L’individuo si preoccuperà soltanto della propria immagine, scenderà a compromessi con la sua coscienza, avrà rapporti sociali di convenienza, riterrà che il comportamento umano “vincente” sia quello aggressivo (lupo) e la superiorità sull’altro, conquistata con la sua disfatta, sarà l’unico pensiero che gli potrà suggerire di “valere” qualcosa!!! E si accanirà maggiormente su colui che “è” se stesso, poichè scorge in lui tutte le qualità che non ha!!!

Invece, se il modello di riferimento nasce nella propria interiorità, chiedendosi semplicemente cosa sia un “uomo”, allora la ricerca interiore approderà, dopo un lungo travaglio, al divino che c’è in ognuno di noi e l’individuo troverà il coraggio di mostrarsi per quello che è, imparando a stimare e ad amare se stesso.

Può “essere se stesso” solo chi è dotato di una buona dose di autostima, che farà da “corazza” difensiva dagli attacchi altrui. Ma per avere autostima bisogna imparare a conoscersi, scoprendo i propri pregi e difetti, tramite un confronto col modello di uomo ideale cui si è disposti a dare piena stima e fiducia: un dio immaginario e perfetto cui si tende senza mai raggiungerlo!

Ma in una società, che vuole tutti omologati sulle linee dettate da chi detiene il potere, essere se stessi si “paga” e chi rimane se stesso, nei momenti di “stanchezza” si ritroverà a pensare:

Il mio errore imperdonabile è stato quello di non essermi amministrato con la tecnica di chi sopravvive, insistendo come un bambino, un pazzo, a sentirmi e a manifestarmi vivo, senza calcolo alcuno…Ho solo il rammarico di aver elargito, per troppi anni, me stesso…E ora sono uno che vorrebbe addormentarsi e non svegliarsi più. Ogni sera prego Dio che questo accada, purchè con la grazia di non provarne dolore fisico..”(da “I sensi incantati” di A. Bevilacqua)




permalink | inviato da lasirena il 2/4/2008 alle 19:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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La stupidità dei furbi si
manifesta sottovalutando
l'intelligenza altrui.


Siate sempre capaci di
sentire nel più profondo
qualunque ingiustizia
commessa contro chiunque
in qualunque parte del
mondo.
(Ernest Che Guevara)


Nessun colpevole può
essere assolto dal
tribunale della
sua coscienza.
     (Giovenale)

Il peggior peccato contro
i nostri simili non è l'odio,
ma l'indifferenza: questa
è l'essenza della disumanità.
(George Bernard Shaw)






Non dispiacerti di ciò che
non hai potuto fare,
rammaricati solo di quando
potevi e non hai voluto.
(Mao
Tse tung)

E' strano come tutti
difendano  i propri  torti
con più vigore dei
propri diritti
(Kahlil Gibran)

Chi è nell'errore compensa
con la violenza ciò che
 gli manca in verità
e forza.
(Wolfgang Goethe)

Di tutto conosciamo
il prezzo, di niente
 il valore.
( Friedrich Nietzsche)

La dignità non consiste nel
possedere onori,ma nella
coscienza di meritarli.
 
(Aristotele)

Non condivido la tua idea,
ma darei la vita perché tu
la possa esprimere.
(Voltaire)





Sii il cambiamento che
vuoi vedere avvenire
nel mondo.
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difficile  da sentire
quanto più a lungo
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Una parola ci libera
di tutto il peso e il dolore
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è amore.
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 per quello che si è o,
 meglio, essere amati
a dispetto di quello
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( Victor Hugo)



                                                                 



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